ma lo psicoterapeuta si affeziona?

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paolettaswim
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ma lo psicoterapeuta si affeziona?

Messaggio da paolettaswim » 20 ottobre 2010, 20:59

ma me lo sto domandando perché alla fine per noi "clienti" lui é uno solo noi per lui siamo tanti...con tanti problemi diversi eccetera...ma considerando che alcuni percorsi vanno avanti degli anni...insomma ci si affeziona da entrambe le parti o é un po' a senso unico?
e poi quando la psicoterapia finisce ogni tanto lui o lei si chiede chissá come stará la mia paziente o il mio paziente? o sono allenati a non affezionarsi? :oops:

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francesca
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Messaggio da francesca » 21 ottobre 2010, 13:15

Eh, siamo tutti preoccupati, in tal senso.. :D

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Aikiko
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Messaggio da Aikiko » 21 ottobre 2010, 13:46

Cara Paoletta, come ti ha risposto Francesca, tutti ce lo chiediamo, almeno per un po'.
Io sono convinta che la mia psi mi adori :lol: Però, al di là di questa mia stupida convinzione, capisco che la cosa non ha nessuna importanza. Probabilmente ci sono pazienti che a livello umano suscitano in loro più simpatia di altri però, se sono davvero bravi, non riuscirai mai a capire in che categoria ti hanno inserita

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paolettaswim
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Messaggio da paolettaswim » 21 ottobre 2010, 15:06

ma anche a voi capita di pensare a volte che come ci capisce lui o lei non ci capisce nessun altro?e poi é anche vero perché come ci apriamo con lui o con lei non lo facciamo con nessun altro...cioé entra davvero nella parte piú nascosta...

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devil
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Messaggio da devil » 22 ottobre 2010, 23:54

Ma credo che anche loro tengano a noi...diciamo che tecnicamente è il controtransfert...e meno tecnicamente è una cosa quasi fisiologia....

soprattutto quando sono anni che segui un paziente...e hai ascoltato ciò che ti porta...

non credo che la mia psico sia la persona che mi conosce meglio in assoluto...la verità è che nel tempo sono diventata più capace di trasmettere verbalmente ciò che è dentro di me....riesco a raccontarmi di più, ho meno paura di farlo...
non so di che orientamento sia la tua psico, ma l'essenza di tutto stà nell'ascolto e in alcune letture che vengono fatte....

la verità è che il pz controlla tutto..porta ciò che vuole, e ciò che è in grado di esprimere...sia a livello conscio che inconsc..

solo se apriamo la porta l'altro può entrare...

la verità è che tutto dipende ,secondo me, da una sorta di metaconoscenza su noi stessi, che nel tempo aumenta sempre piu in noi paziemti...

siamo noi che impariamo a conoscerci come le nostre tasche :D

non so ma la vedo un pò così

ciao ciao
Devil :wink:

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francesca
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Messaggio da francesca » 23 ottobre 2010, 12:43

Ma loro ci potrebbero avere anche un controtransfert negativo nei nostri confronti.
Non è detto.
Io potrei tranquillamente pensare che il mio terapeuta non mi regge, affari suoi.

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tersite
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Messaggio da tersite » 24 ottobre 2010, 19:09

non credo Francesca... uno psicoterapeuta può anche rifiutare
un paziente, mica è detto per forza che lo debba prendere come tale


P.S: Anche se credo che in pratica non respingano nessuno

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francesca
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Messaggio da francesca » 24 ottobre 2010, 20:12

m, dici, Tersi?
Mi conforta, va beh, tanto non c'è speranza di saperlo.

Però magari si pensa che ormai ti hanno preso, sembravi simpatica, e dopo possono pensare "via, sopportiamola, ci sta che cambi, prima o poi. " :?:

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Dr.ssa Eleonora Arduino
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Messaggio da Dr.ssa Eleonora Arduino » 27 ottobre 2010, 0:57

credo di poter dire che se lo psicoterapeuta non prova sentimenti positivi nei confronti del paziente la terapia difficilmente può funzionare. Naturalmente possono esserci simpatie e antipatie, però siamo allenati (almeno, la formazione psicodinamica allena) a gestire queste reazioni, a comprenderle e ad utilizzarle per aiutare la persone di cui ci prendiamo cura.
Sostanzialmente provare affetto, compassione e comprensione per un altro essere umano è lo stato che sorge naturale (come dice il Dalai Lama); ci sono poi altri fattori che si sovrappongono e possono cambiare questa predisposizione naturale alla vicinanza sui quali il terapeuta dovrebbe saper lavorare per renderli inoffensivi alla terapia, anzi per essere elementi di comprensione maggiore.
Tuttavia anche il terapeuta è umano e prova maggiore o minore empatia, non minore affetto, però! In ogni caso l'affetto del terapeuta deve sempre mantenersi nei limiti del setting stabilito e quindi ha rilevanza come fattore necessario, ma non deve influenzare l'organizzazione e lo svolgimenteo della terapia.
Non è poi vero che non mandiamo mai via nessuno. e' sempre delicato farlo, ma ci sono anche in terapia relazioni che non funzionano e capita di agire in modo da chiudere il rapporto, anche se difficilmente viene esplicitato in modo crudo tipo "se ne vada che mi è antipatico" :D
Diciamo poi che il transfert spinge il paziente a desiderare di essere amato in modo particolare, magari di essere il "figlio preferito"... oppuer a temere di essere noioso e antipatico. La cosa andrebbe analizzata a scopi terapeutici perchè ha molto di proiettivo, e tuttavia e così tenera e umana che possiamo anche lasciarla lì com'è! :)
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Messaggio da francesca » 28 ottobre 2010, 11:53

ci sono poi altri fattori che si sovrappongono e possono cambiare questa predisposizione naturale alla vicinanza sui quali il terapeuta dovrebbe saper lavorare per renderli inoffensivi alla terapia, anzi per essere elementi di comprensione maggiore.

Mi scusi, cioè?
Per esempio?

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Messaggio da Dr.ssa Eleonora Arduino » 28 ottobre 2010, 12:57

francesca ha scritto:ci sono poi altri fattori che si sovrappongono e possono cambiare questa predisposizione naturale alla vicinanza sui quali il terapeuta dovrebbe saper lavorare per renderli inoffensivi alla terapia, anzi per essere elementi di comprensione maggiore.

Mi scusi, cioè?
Per esempio?
per esempio vicende personali del terapeuta che possono evocare sentimenti di risposta a quanto il paziente porta, generando emozioni anche negative. Ad esempio, "il paziente mi ricorda mi mamma... ":D tanto per esemplificare. Ma il terapeuta dovrebbe essere allenato a riconsocere la sua risposta emozionale e a regolarla nei confronti del paziente.
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Messaggio da francesca » 29 ottobre 2010, 14:59

Ma il terapeuta non può comunicare anche al paziente questo suo lavoro sulle emozioni, se c'è?
Cioè la comprensione maggiore non può essere condivisa con il paziente?

Il terapeuta non può dire come lui vive la relazione terapeutica?

Se no, perchè?

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devil
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Messaggio da devil » 1 novembre 2010, 22:18

..."si opacizzerebbe lo specchio"...

noi vediamo cio che siamo, ciò che proviamo,
proiettiamo le nostre paure, i nostri desideri,

se il terapeuta ci racconta "quello che prova"...
..è come se si sporcasse tutto...
il terapeuta non potrebbe vedere in modo nitido....e neanche noi...
sarebbe difficile capire "chi sono io e chi sei tu? cosa porto io e cosa porti tu?"

forse la mia spegazione è stupida, ma l'ho sempre pensata in questo modo :wink:

Devil

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francesca
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Messaggio da francesca » 2 novembre 2010, 12:46

Potrebbe essere che se provasse antipatia, per esempio, o gli ricordassimo sua madre, a dircelo perderemmo la fiducia, oppure staremmo a pensare: "Che ho fatto io per stargli antipatico?", invece di pensare ai nostri problemi.

Cioè si aggiungerebbe un ulteriore problema ai nostri, noi ci carichiamo anche dei problemi del terapeuta.

Potrebbe essere così?

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Dr.ssa Eleonora Arduino
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Messaggio da Dr.ssa Eleonora Arduino » 2 novembre 2010, 23:03

sì potrebbe. il terapeuta da al paziente un luogo nitido dove stare a lacorare su di sè, le sue emozioni possono essere utili e lo sono, ma non devono interferire, bensì essere semmai un ulteriore strumento di lavoro. Questo non significa che la relazione sia "neutra" come si pretendeva una volta, perchè si tratat sempre di persone che stanno insieme e in un lavoro molto ocinvolgente per entrambi
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