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Inviato: 3 novembre 2010, 12:49
da francesca
Dunque, l'analista-specchio è superato?

Ma se in seduta, per ipotesi, si manifestassero palesemente sentimenti negativi da parte del terapeuta, perchè si manifestano in quanto l'analista non è solo una funzione e non è di gommapiuma, cosa dovrebbe pensare il paziente?

Cosa dovrebbe dirgli?

Inviato: 4 novembre 2010, 0:33
da Dr.ssa Eleonora Arduino
dunque, dire che l'analista-specchio è superato non mi trova d'accordo. L'analisi ortodossa è meno frequente di un tempo anche perchè un tempo c'era solo quella come terapia psicologica. Ma rimane valida per certe necessità e tipologie di persone.
Il fatto che noi analisti "non ortodossi" siamo meno "neutri" non vuol dire che non ci siano più analisti doc. Semplicemente io ed altri come me abbiamo attitno da molte altre metodiche psicoterapeutiche facendo un mix che spesso è molto personalizzato.
In quanto al paziente invece vale sempre la solita, buona, vecchia regola: deve fare e dire tutto quello che gli pare, e più riesce a palesare più la terapia ha buone possibilità.

Inviato: 4 novembre 2010, 11:44
da Sergio67
Premesso che i mix bisogna saperli fare, altrimenti si rischia una gran confusione, io però ho sempre pensato che aderire rigidamente a una "ortodossia" sia più una limitazione che un reale vantaggio.

Inviato: 4 novembre 2010, 12:35
da Dr.ssa Eleonora Arduino
Sergio67 ha scritto:Premesso che i mix bisogna saperli fare, altrimenti si rischia una gran confusione, io però ho sempre pensato che aderire rigidamente a una "ortodossia" sia più una limitazione che un reale vantaggio.
è un pensiero sicuramente condivisibile. Tuttavia ci sono due considerazioni:
- l'una l'hai già fatta tu: i mix bisogna saperli fare e non è affatto facile perchè ogni metodo prende in considerazione una parte della realtà psicoterapeutica e relazionale e quindi è giusto in sè
- l'altra è che la focalizzazione su un aspetto rende moltissimo, se è congeniale alla persona. Per esempio se si individua un problema di rielaborazione del passato, l'analisi classica non ha eguali. e sempre c'è bisogno di rielaborazione del passato, se si va alle cause. tuttavia non tutti sono pronti o propensi a farlo in modo profondo.
Quindi il problema non sta nella terapia, vanno tutte benissimo se sono serie e frutto di preparazione e dedizione, sta nella possibilità/capacità di tarare l'intervento sulla persona e non di dare a tutti la stessa cosa.
Questo pensiero è interessante, però ancora più complesso. Perchè individuare quale metodo sarebbe più opportuno per l'uno o l'altro è a sua volta complesso per noi terapeuti così formati, perchè la nostra formazione attuale è sempre monotematica, figlia di una "filosofia scientifica", cioè parcellizzante e analitica anzichè sintetica: è un pregio/difetto del nostro tempo.
C'è bisogno di avere un'idea sufficientemente profonda di ogni metodica (almeno delle sua grandi aree, quali: psicodinamica, comportamentale, cognitiva, corporea, verbale, ecc.) e contemporaneamente una capacità di lettura della persona che si ha di fronte: i suoi modi di porsi, le cose che porta e come le porta, i suoi meccanismi di pensiero e di comportamento... spesso ci vuole un piccolo percorso proprio per indagare questo e non tutti sono disponibili perchè non cononoscono la complessità della cosa e tendono ad aspettarsi "magie".
C'è bisogno di avere l'umiltà di inviare ad altro terapeuta e la capacità di spiegare questo atto, in modo che non sia vissuto come un rifiuto (cosa frequentissima). E che questo rifiuto non insista su qualche ferita della persona e risulti più dannoso di una terapia magari meno azzeccata ma frutto di un'accoglienza immediata.
C'è anche bisogno di un pensiero complessio, che sappia trarre da tutti i metodi e costruire un insieme più complessivo (cosa che la psicologia integrata sta tentando, ancora ai primi passi però).
Insomma, si sta creando la necessità della figura del "consulente alla terapia" che noi ad Eleusi stiamo cercando di avviare.

Ma infine tutto questo non deve spaventarci troppo, perchè secondo me il paziente si chiama così perchè ha un sacco di pazienza e sa compensare i limiti del terapeuta con la sua parteciapazione e coinvolgimento, se c'è. E quindi alfine ogni metodo può andare bene. Però non sempre, e quando non va bisogna farci un pensiero serio.

Inviato: 4 novembre 2010, 15:35
da francesca
Però, vede, riflettevo, per esempio, secondo me, la parte più spontanea della mia analisi è stata, sempre secondo me, quando io come paziente non avevo la minima idea di che tipo di terapeuta avessi di fronte.

Se avessi fatto, per ipotesi, della consulenza psicologica in precedenza, che informasse, indirizzasse, preavvisasse in un certo senso su ciò che mi aspettava, certe mie prime reazioni a "caldo" forse si sarebbero perse. :)

Inviato: 4 novembre 2010, 16:27
da Dr.ssa Eleonora Arduino
francesca ha scritto:Però, vede, riflettevo, per esempio, secondo me, la parte più spontanea della mia analisi è stata, sempre secondo me, quando io come paziente non avevo la minima idea di che tipo di terapeuta avessi di fronte.

Se avessi fatto, per ipotesi, della consulenza psicologica in precedenza, che informasse, indirizzasse, preavvisasse in un certo senso su ciò che mi aspettava, certe mie prime reazioni a "caldo" forse si sarebbero perse. :)
naturalmente! e sono contenta che sia andata così. In effetti molti terapeuti sostengono che troppe conoscenze e domande sono una forma di difesa che ritarda i benefici della terapia, ed io sono perfettamente d'accordo. Ogni cosa ha i suoi pro e contro ed è talmente personalizzata che non si può mai generalizzare.
La consulenza alla terapia dovrebbe essere intesa non come una spiegazione di cosa e come si fa, ma di un suggerimento per chi ne sente la necessità. C'è anche un problema meno "edificante" ed è che purtroppo oggi ci sono talmente tante forme di terapia, e alcune davvero discutibili o addirittura illegali (cioè non rioconosciute legalmente come tali), che spesso avere un parere è importante. del resto anche il parere bisogna sempre vedere chi lo dà... insomma , se c'è una cosa che qualsiasi terapia dovrebbe insegnarci è che non esistono verità assolute e ricette buone per tutti

Inviato: 4 dicembre 2010, 15:36
da sincerità
“Forse l’amore da transfert ha un minor grado di libertà dell’amore che si manifesta nella vita ordinaria, e che è definito normale; esso rivela la sua dipendenza da modelli infantili più chiaramente ed è meno adattabile e capace di mutamenti; ma questo è tutto e non è affatto essenziale.
Attraverso quali altri segni si può riconoscere la genuinità di un amore? Dalla sua efficacia e capacità pratica di realizzare gli scopi dell’amore?”(Nuovi consigli sulla tecnica psicoanalitica – 1913/1915 FREUD)

Non resisto alla tentazione di questo copia incolla. Questo tema mi ha interessato (già in altro post) perchè rappresenta un simbolo di tutti quegli amori che nascono in condizioni particolari, per esempio di dipendenza professionale, ecc...

Di sicuro capita, "il maestro" ha anche spiegato ai suoi discepoli come gestire la cosa, ma secondo me il lato più avvincente è di quali benefici esso possa portare.

Inviato: 4 dicembre 2010, 16:45
da francesca
Ma questo amore di transfert di cui parla sarà l'"amore" dei pazienti, quello dei modelli infantili, no?

Dall'analista ci si aspetta un sentimento adulto, ragionato, da terapeuta a paziente, cielo, io non posso pensare che l'analista ci veda sua mamma in me! Cielo!

Inviato: 4 dicembre 2010, 17:19
da sincerità
Scusa Francesca...ero un po' di fretta. Cmq, neppure sono troppo informata sulla questione :oops: ho solo letto un libro un po' di tempo addietro.
Quello del terapeuta si chiama controtransfert!

Io, però, preferisco partire dal paziente perchè lì tutto, secondo me, può manifestarsi meglio. E' più facile ed è meglio che s'innamori il paziente. Se lo fa pure il terapeuta per un modo sempre liberissimo di vedere tutto, non è un dramma, ma, ne converrai, c'è il rischio che il rapporto debba interrompersi (sì, credo di ricordare questo come esito estremo previsto da Freud, ma non ne sono certa).

Non conosco i segreti del mestiere, ho solo anch'io l'opinione che, come da un verso (transfert) così dall'altro (controtransfert), un amore che nasce nel posto sbagliato non è di per sè un amore sbagliato. Se il terapeuta per amor che a nulla amato amar perdona, s'innamora, perde un cliente, ma guadagna un sentimento, salvo scoprire tutti d'essersi solo fatti prendere un po' la mano, in quel caso, però, si potrebbe anche rivelare la guarigione!

Sono stata un po' confusa? E' un periodo stessante questo...ohh come sono stressata... :D :D

Inviato: 4 dicembre 2010, 17:30
da francesca
ciao, sincerità, no, ho risposto perchè l'argomento mi interessa moltissimo, solo che qua raramente l'ho visto approfondito! :D
Così qualunque imput lo colgo al balzo, in quanto dai libri si impara poco, si impara molto più dalle testimonianze dirette, che sono scritte in un linguaggio più semplice e mediate dalla persona. :)

Inviato: 4 dicembre 2010, 19:58
da sincerità
Hai ancora ragione!
Adoro i libri, ma la vita è meglio!
Da un'esperienza di vita: un mio prof (super prof) si diceva contro la psicologia perchè la vedeva come surrogato agli affetti/effetti che la vita, la famiglia, ecc...dovrebbero dare.
Naturalmente io ho risposto e contestato. Se pure fosse un surrogato, e non è detto, se funziona, se aiuta, è come la medicina surrogato della salute!
Tuttavia anch'io vengo da quella scuola di razionalità e quindi non vedo benissimo l'amore in terapia. L'amore/terapia sì, ma come spiegava la dott.ssa nei primi interventi a questi post, sarà qualcosa di diverso..., non come lo vorremmo noi assistite :wink:

Inviato: 4 dicembre 2010, 22:46
da sincerità
Eccomi tornata sulla scena del delitto...
Prima rispondevo a Francesca, adesso provo a riportare dallo stesso trattato sopra citato:

"quanto al medico (Freud chiama così il terapeuta), motivi etici e motivi tecnici concorrono a impedirgli di concedere il suo amore alla paziente.....Specialmente i medici giovani...troveranno duro rispettare questo dovere....Eppure per l'analista cedere è fuori questione. Per quanto possa essere alta la sua stima dell'amore, egli deve apprezzare anche di più la possibilità di aiutare la sua paziente in una fase decisiva della vita... Quindi lo psicoterapeuta analitico deve ingaggiare un triplice combattimento..." ecc...ecc...

Lo so, è un po' "antico", ma io ne subisco il fascino e poi, cercando con cura queste righe sul libro, volevo rimediare ai primi interventi frettolosi. Dopotutto devo avere più rispetto per questo forum :wink:

Inviato: 4 dicembre 2010, 23:35
da Dr.ssa Eleonora Arduino
allora... per fortuna è piuttosto raro che il terapeuta si innamori del paziente; gli vuole bene, certo, facilmente è così. Ma innamorarsi è altro. A volte però capita, ne ho sentito parlare, a me non è mai successo. Nel qual caso etica vuole che si interrompa la terapia, sia per iniziare una relazione che no, non importa questo: se sono coinvolta così personalmente non posso lavorare bene.
Non bisogna confondere però il transfert con l'innamoramento autentico, e questo vale anche per il paziente che può innamorarsi più di quello che succede che della persona/terapeuta con il quale succede (solitamente il terapeuta non è così noto e frequentato come accade tra amici, di cosa allora ci si innamora?). Ma per il paziente è più facile, perchè meno allenato a riconoscere la differenza e meno psicologicamente equilibrato (visto che è in terapia...), In ogni caso bisogna iniziare distinguendo tra attrazione e innamoramento, cosa non facile per chi non conosce se stesso più che bene.

E qui veniamo all'altra domanda: in cosa consiste "l'allenamento"? consiste nella formazione in cui si sono sviscerati i meccanismi della psiche umana e le dinamiche delle più comuni disarmonie psicologiche, e - soprattutto per i terapeuti di formazione psicodinamica - nelll'ampio lavoro su di sè e nella supervisione che fa parte della stessa formazione (anni e anni...). Il terapeuta ha fatto a sua volta un lavoro di conoscenza, di riflessione e di consapevolezza di sè (analisi personale e/o esperienze attive, supervisione), in modo da essere in grado di riconoscere cosa può esserci della sua storia e dei suoi "punti delicati" e così distinguere sè dal paziente e non entrare in confusione o collusione. Inoltre, queste premesse formative consentono al terapeuta di utilizzare a favore della terapia le sue stesse reazioni emotive, i pensieri, le sensazioni e le associazioni che vengono suscitate dal paziente (controtransfert). Il gioco relazionale può anche essere definito "co-transfert" (terminologia usata da alcuni sviluppi psicanalitici, quali la gruppanalisi) per indicare il campo relazionale circolare che si crea: non c'è uno che proietta (transfert) e un altro che contro-risponde (controtransfert), bensì una circolarità di stimoli e riposte relazionali che creano la situazione. Questo però non significa che i due siano alla pari, il terapeuta deve sempre mantenere chiaro il suo ruolo e la funzione, senza entrare in acting (reazioni istintive incontrollate) poichè il suo compito (per il quale - tra l'altro - è pure pagato) è essere al servizio del paziente.

In quanto a Freud... be, diciamo che all'epoca non era così usuale entrare in confidenza profonda con l'altro sesso (non esisteva neppure il concetto di amicizia tra uomo e donna). Ed era facile per un maschhietto sentirsi sommuovere tutti i sensi di fronte a una bella ragazza in lacrime, magari con vaste problematiche sessuali; il rapporto terepeutico era l'unico luogo in cui conoscere così intimamente una donna che non fosse la propria moglie (e ancora...). Gli uomini poi avevano (e hanno?) una certa tendenza a provare attrazione fisica per ogni gonnella che passava, e chiamarlo amore, figuriamoci... ancora oggi è più usuale che siano i terapeuti maschi a cedere al fascino delle pazienti che non viceversa. Ma questo deriva semplicemente dal fatto che le donne sono mooooooooolto meglio degli uomini, no? :D:D:D