Ehm... ma per andare da uno psi bisogna stare troppo male?

In questa sezione puoi ottenere informazioni generali di carattere psicologico dal moderatore o da membri autorizzati, psicologi o psicoterapeuti, dalle Pagine Blu. Gli psicologi possono fornirti tutte le informazioni necessarie per offrire un contributo in merito alla prevenzione del disagio mentale, familiare e sociale ma in nessun caso possono fornire diagnosi o indicazioni sui trattamenti da effettuare.

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Batik
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Messaggio da Batik » 16 gennaio 2008, 0:49

E' un vero peccato che Lei si arrenda cosi, in fondo i dubbi di Eddd sono molto interessanti e non trovare la risposta a tutti questi quesiti non fa che generare ancora ulteriori dubbi sulla vostra professione e il modo di operare... :( E' brutto da dirsi ma è cosi. Forse io e Eddd (mi permetto di generalizzare) siamo troppo abituati a pensare che ogni causa è scatenata da qualcosa che può essere individuato su basi solide e non per vaghi tentativi ed errori. A questo malessere c'è il suo effetto correlato che genera la malattia/disagio e quindi di conseguenza anche il suo rimedio. Insomma una sorta di linearità e logicità degli avvenimenti. Non so se sono riuscita a spiegarmi...spero di si.

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Dr.ssa Eleonora Arduino
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Messaggio da Dr.ssa Eleonora Arduino » 16 gennaio 2008, 1:23

Non possiamo controllare il mondo, tanto meno il mondo interiore. Non ci resta che scegliere di essere cercatori che seguono piste spesso tortuose di cui certo non si padroneggia tutto il percorso, eppure come gli esploratori possiamo scoprire nuove terre e ampliare la visione e la cartografia del mondo interiore. La psicoterapia insegna di sicuro l'umiltà, la relatività, l'accettazione del limite e dell'imperfezione. Insegna a dialogare con le parti meno note e meno razionali di noi, quelle che si esprimono con i sogni, le intuizioni, i simboli, le emozioni e le sensazioni. Ad attingere quindi a una saggezza interiore che non sappiamo neppure di possedere. Non è una scienza esatta nel senso pragmatico e materialista del termine, ma segue leggi e meccanismi molto precisi, la cui conoscenza non è mai finita eppure si impara a fare sempre più precise approssimazioni.
La fisica quantistica, la scienza delle particelle virtuali e simili, studiano la sostanza molto materiale e concreta, eppure si avvicinano straordinariamente alla scienza psicologica del profondo. Leggete Capra "il Tao della fisica" e avrete un'idea delle dimensioni altre di quanto appare così solido agli occhi superficiali, i nostri.
La psicoterapia dinamica è figlia della psicanalisi, ha le radici nella medicina e nella filosofia, e i rami sempre più articolati e differenziati, con innesti e frutti conseguenti.
Quanto più ne sappiamo tanto più dobbiamo riconoscere di non poterne padroneggiare e quantificare tutti i risvolti, così personali per ciascuno: ogni uomo è davvero unico. Non possediamo il mare, non governiamo gli oceani, non comandiamo alle nubi eppure possiamo conoscerli e imparare a interagire con loro. La psicoterapia del profondo assomiglia più all'arte che all'architettura, eppure anche l'architettura sa diventare arte e l'arte si fa misura e commensura. Chi può sentirsi attratto da questi linguaggi e queste metafore ha la sintonia per lavorare con le parti profonde di sè. Il primo passo, di certo, è l'umiltà. Poter dire "forse non capisco, forse sbaglio, forse non so, forse non vedo, forse ho paura e resisto, forse devo provare e compromettermi e non pretendere azioni garantite da presunti esperti che sono pronto a osannare o ad affossare con la stessa facilità. Forse posso accettare di essere cieco e dover aprire gli occhi, addirittura far spuntare nuovi occhi e crescere nuove orecchie".
Chi non si sente in sintonia, poco male, può ricorrere a strumenti più misurabili e concreti: non a caso sono stati inventati gli psicofarmaci. Infine nessuno è obbligato a utilizzare qualcosa in cui non crede. E con questo penso di aver esaurito tutte le mie cartucce! :)
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abc
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Messaggio da abc » 16 gennaio 2008, 3:53

Dr.ssa Eleonora Arduino ha scritto:Ora, abc, non ha senso rispondere in modo generico, parliamo di lei: se è andata da uno psicoterapeuta aveva una sofferenza, suppongo. Se poi è emerso fortemente qualcosa, mi parrebbe logico supporre che ci FOSSE qualcosa, diversamente come potrebbe emergere? Con una sorta di ipnosi fraudolenta a scopo di lucro?
...Mmm, forse c'è qualche equivoco generato dal clima rilassato e sereno di questa discussione :D
In realtà stavo cercando di allontanarmi dal Processo allo Psic, attività in effetti piuttosto noiosa, da cui mi dissocio, e mi domandavo invece quanto io potessi autoconvincermi (magari incoraggiata da tutta l'attenzione verso me stessa che mi darebbe l'essere in terapia).
Penso sia un'esperienza molto banale e comune il fatto di star peggio quando si è annoiati, quando non si ha da fare, quando la testa ha tempo di rimuginare. Ogni cosa minima diventa tragica, un dettaglio occupa i pensieri per una giornata; poi magari c'è un diversivo, si pensa ad altro, ci si scontra con ben più seri problemi altrui, e tutto si ridimensiona.
Da questa esperienza traevo la domanda: quei pensieri che emergono nella noia (per semplificare) sono segnali che è meglio ascoltare, oppure, viceversa, la miglior cura potrebbe essere non assecondare un certo vittimismo, e gettarsi nella vita?*

Immagino che non si possa dare una risposta sempre valida a una domanda così posta, e come sempre ogni caso sarà a sé... forse però chi ha avuto la possibilità di conoscere e studiare tante storie può dire, almeno, se entrambi questi casi sono possibili.

*(potrei raccontarvi di una che s'è salvata da sola in questo modo, ma, via, saremmo OT...)

Merak
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Messaggio da Merak » 16 gennaio 2008, 10:37

abc ha scritto: quei pensieri che emergono nella noia (per semplificare) sono segnali che è meglio ascoltare, oppure, viceversa, la miglior cura potrebbe essere non assecondare un certo vittimismo, e gettarsi nella vita?
E se fossero vere/giuste entrambe? ;)

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Eddd
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Messaggio da Eddd » 16 gennaio 2008, 17:20

Secondo me Dottoressa Arduino non si tratta di rendere tutto misurabile ma semplicemente cercare di chiarire di cosa stiamo parlando. Ad esempio se molte persone iniziano a parlare del Cucujanji con questo non è che alla parola Cucujanji gli viene conferito automaticamente un qualche significato che uno poi inizia a chiedersi se riuscirà a capire o meno, il significato di una parola dovrebbe comunque basarsi su un accordo tra noi e gli altri, se nessuno sa dirmi nulla riguardo al Cucujanji e mi risponde sempre, ogni volta che chiedo informazioni ,“non riusciremo mai a dire cos’è il Cucujanji” non indicandomi nulla… Io quello che vogliono dire gli altri, quando usano questa parola, da cosa dovrei riuscire ad apprenderlo? Ora io non sono riuscito ad afferrare cos’è la psicoterapia (oltre al fatto che si tratta di tenere una serie di colloqui con un’altra persona cercando di farla star meglio empatizzando con lei), e nemmeno quali sono gli scopi che cerca di raggiungere… Ma io secondo voi da cosa dovrei capirlo? A me sembra un po’ assurdo che per capire cos’è la psicoterapia ed a che serve io devo andare per forza in terapia. Lei non me lo ha spiegato da nessuna parte e nessuno dà informazioni certe è tutto un grande “forse”, ma se è così nessuno sa di cosa sta parlando ed una parola non assume un qualche significato per magia. Ho capito che serve per curare le nevrosi, ma in sostanza io non ho capito cosa significa curare una nevrosi. Curare una ferita significa cercare di farla cicatrizzare il più velocemente possibile, curare una carie significa asportare la parte malata del dente e ricostruire quest’ultimo con certi materiali, curare una nevrosi, che significa? Anche esplorare una certa zona capisco grosso modo cosa significa, ammesso che sia una zona, cioè un luogo fisico, perché altrimenti io non riesco proprio a capire di cosa si sta parlando: che operazioni grosso modo dobbiamo compiere e cosa vogliamo raggiungere? (In questo caso una conoscenza geografica più accurata tramite certe nostre osservazioni e spostamenti fisici).
Tramite la psicoterapia In quale stato si cerca di dirigersi? Dovrebbe esserci un cambiamento, ma questo cambiamento in cosa consiste? Tra il prima e il dopo di una cura psicoterapeutica riuscita intendo, cosa dovrebbe avvenire? Io non è che non ci credo, io non ho proprio capito ancora bene a cosa serve, se non ci credessi non avrei nulla da chiederle. Se la psicoterapia è simile all’arte non è che si è chiarito molto, l’arte non credo abbia un qualche scopo e se c’è qualcosa che non è mai stato chiaro è proprio cosa sia l’arte, cosa sia un’opera d’arte e così via.
Anche io a questo punto non ho più tanta voglia di far domande, mi sembra che si faccia di tutto per cercare di eluderle. Beh abc buona fortuna, scusami se ho invaso questo post con le mie domande un po’ noiose :), ciao!

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Messaggio da Dr.ssa Eleonora Arduino » 16 gennaio 2008, 22:39

edd: mi ero già arresa, ora dichiaro disfatta :) se rileggendo tutto quanto è stato scritto, da me e da altri, in questo post e nelle faq ritiene ancora di non aver avuto risposta, denuncio i miei limiti e taccio

Merak: merak è una stella della costelalzione dell'orsa maggiore, mi pare... Beta Ursae Majoris: interessante... Poi è anche un modello di auto, ma vabè.. :)

abc: ha ragione, mi sono fatta prendere la mano. Torniamo alla sua domanda. un po' concordo con quanto dice Merak: e se fossero un po' tutte e due? Sappiamo che il cervello è anche un organo abitudinario, che "crea" schemi e più si entra in un meccanismo negativo più si alimenta e si amplifica oltre l'oggettiva realtà. Questa è una parte. Sappiamo anche che ha meravigliose possibilità inesplorate e contemporaneamente a volte sembra proprio banale, come il computer fa cose incredibili e poi si perde in un bicchier d'acqua, se si trascura un dettaglio. Quindi, se gli diamo in pasto distrazione, si distrae ma non necessariamente questo significa che ciò da cui vogliamo distrarlo non ci sia più. Magari si finisce come certe persone che pur di non pensare a quel che le angoscia si stressano di mille impegni estrovertiti e concreti col risultato che come si fermano gli rovina il mondo addosso.
(in merito mi viene in mente una mia paziente che aveva davvero un sacco di problemi, da lunghi anni, e che in adolescenza a un certo punto aveva concluso che infondo se dormiva un po' di più e guardava più film allegri, il suo malessere scompariva e tutto andava a posto. Questo prima di tentare il suicidio)
Insomma, la sua domanda può avere entrambe le risposte: frutto della noia e/o problema profondo che la noia fa emergere. Come capire? Intanto provando a vedere cosa emerge, cosa succede a LEI precisamente, perchè una cosa è - per esempio - sentirsi tristi e vuoti, sensazione che con la noia ha una certa similitudine (ci si annoia quando c'è un vuoto di stimoli, no?) un'altra se in certi momenti di "noia" si sente angoscia, dolore, disperazione, che farebbe pensare più a una bottiglia compressa che si stappa che a un momento passeggero. Del resto non parlava di qualcosa che è emerso fortemente appena "toccato" da un colloquio con un terapeuta? difficile attribuirlo a un semplice malumore da noia.
E' vero che il cervello crea fantasmi, ma se sono terribili è così importante che siano fantasmi o cose reali? l'intento è comunque di superarli. E per superarli si guardano: i fantasmi facendo luce, le cose reali... pure. Una psicoterapia dovrebbe prima di tutto guardare e fare luce, il che fuga i fantasmi o chiarifica le cose reali, il che al fine del superamento di un problema, è lo stesso. Come dire: non è che quel che scopro che importa, ma il fatto stesso di scoprirlo. coscienza, consapevolezza, visione come effetto/strumento di terapia.
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abc
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Messaggio da abc » 17 gennaio 2008, 4:29

Grazie della risposta! Direi la cosa più interessante delle ultime quattro pagine :D
Anch'io ho presente persone che tentano spasmodicamente di distrarsi per convincersi di non avere problemi e capisco cosa intende (l'esempio della sua paziente è allucinante... é.è). Diciamo che, per quanto mi riguarda, ho la sensazione di pensare pure troppo a tutto quel che sento e che mi succede :wink:

Giusto per chiarire: l'esempio di ciò che emergeva fortemente dopo una psicoterapia ecc. l'avevo tratto da un post di non ricordo chi, quindi non era esperienza personale.
La mia è un po' diversa, e forse un paio di questioni possono ricollegarsi al discorso.

1) Eviterò di stendere la mia autobiografia :D, quindi, per sintetizzare: diciamo che fino a 10-15 anni, per problemi fisici, ero sempre stata dipendente dagli altri, al centro di ogni attenzione familiare, servita e riverita. Ogni dettaglio veniva curato per assecondarmi, e io divenni schiava dei dettagli: per un filo di luce non potevo dormire, per un giocattolo rotto avrei citato il colpevole in causa penale :D
Poi, semplicemente, ho iniziato a vivere in maniera normale. Mi hanno tolto la... sorveglianza continua degli adulti e sono stata libera di essere come preferivo; stando meglio in salute ho fatto più cose, ho occupato la mente con attività più interessanti delle mie paranoie, ho incontrato coetanei normalmente flessibili - e dato che per stare con loro dovevo "flessibilizzarmi" anch'io, ho fatto presto a capire se preferivo la causa penale o gli amici...
...In qualche modo ho... ridotto lo zoom che tenevo puntato su di me, allargando la visuale e rimpicciolendo molte cose.

2) Io tendo a... ehm... passare la metà del mio tempo, quando sono da sola, facendo dialoghi (anzi, monologhi) immaginari con qualcuno - esistente o no - e così rielaboro qualcosa che mi è successo, mi preparo un discorso che vorrei fare, medito astruse teorie sulla mia vita :wink: ecc.. Bene, un po' di tempo fa feci un colloquio con una psicoterapeuta, e mi resi conto che, da lì al successivo, il tempo passato a rimuginare così su me stessa triplicava!
Poi (per altri motivi) non ho più continuato i colloqui, però la cosa mi ha fatto riflettere. Mi spiego.
Ha presente quella frase che qualcuno ha citato qui in giro, non mi ricordo se proprio lei, "abbi il coraggio di cambiare quel che può essere cambiato, la serenità di accettare quel che non può esser cambiato e l'intelligenza di distinguerli"? E' sempre piaciuta molto anche a me. Mi sento abbastanza consapevole di ciò che non si può cambiare. In genere oscillo tra periodi di pacifica convivenza con questa consapevolezza, in cui prendo atto della realtà e cerco di trarne il meglio che posso, e periodi in cui quella stessa consapevolezza mi è più insopportabile, mi concentro a sbatter la testa contro la porta chiusa invece di andare a cercare quelle aperte.

Sono d'accordo sul fatto che i fantasmi si devono guardare, per superarli; è anche per questo che m'era venuta voglia di tentare con uno psic. Solo, ecco, ho avuto la sensazione che il raccontare delle mie porte chiuse (non tanto per quel che mi direbbe lui, ma per il fatto stesso di parlarne e poi continuare a pensarci sempre rimuginando fra me) mi avrebbe distratto dal cercare quelle aperte.

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Messaggio da Dr.ssa Eleonora Arduino » 17 gennaio 2008, 9:54

ecco, adesso è più facile rispondere congruamente! Esempio concreto del fatto che riferirsi alla propria esperienza, evitando di teorizzare rende le comunicazioni e i diaologhi più semplcii e costruttivi.
replico ad alcune affermazioni:


[....Diciamo che, per quanto mi riguarda, ho la sensazione di pensare pure troppo a tutto quel che sento e che mi succede
questa centratura su se stessi ha bisogno di equilibrio, perchè diversamente rischia di essere una forma di egocentrismo (non è un insulto, lo legga in termini tecnici) che impedisce le buone relazioni

[diciamo che fino a 10-15 anni, per problemi fisici, ero sempre stata dipendente dagli altri, al centro di ogni attenzione familiare, servita e riverita. Ogni dettaglio veniva curato per assecondarmi, e io divenni schiava dei dettagli:

una volta lo si chimava essere viziati... :) da cui si deduce che non è una cosa buona

Poi, semplicemente, ho iniziato a vivere in maniera normale.

è cresciuta... è stata brava a liberarsi di troppe "comodità" che infine diventano catene (genitori, riflettete...)

Mi hanno tolto la... sorveglianza continua degli adulti e sono stata libera di essere come preferivo; stando meglio in salute ho fatto più cose, ho occupato la mente con attività più interessanti delle mie paranoie, ho incontrato coetanei normalmente flessibili - e dato che per stare con loro dovevo "flessibilizzarmi" anch'io, ho fatto presto a capire se preferivo la causa penale o gli amici...
...In qualche modo ho... ridotto lo zoom che tenevo puntato su di me, allargando la visuale e rimpicciolendo molte cose.


ecco, direi che è un esempio, utile per tutti, di come queste cose si superano anche semplicemente perchè si cresce. Quindi, non allarmarsi troppo

2) Io tendo a... ehm... passare la metà del mio tempo, quando sono da sola, facendo dialoghi (anzi, monologhi) immaginari con qualcuno -

E' proprio un modo per rielaborare, una sorta di psicodramma autonomo. Pensi che su questa propensione della mente si basa una tecnica terapeutica di gruppo e individuale molto interessante e proficua. (vedi psicodramma su internet) Certo, se il processo occupa molto tempo e impedisce di vivere anzichè pensare a come si vive, allora è un altro conto. Bisogna anche dire che dipende molto dalla sua età, finchè si è piuttosto giovani anceh questo strumento è positivamente utilizzato per capire e capirsi

Bene, un po' di tempo fa feci un colloquio con una psicoterapeuta, e mi resi conto che, da lì al successivo, il tempo passato a rimuginare così su me stessa triplicava!

E' normale, per le persone riflessive, che soprattutto i primi tempi della terapia evochino una nuova centratura su di sè: del resto è il compito che ci si dà! Spaventarsene è come spaventarsi se sotto esami si passa tanto tempo a studiare: e come fare, invece? Forse preoccuparsene è da intendersi come la tendenza a equiparare la terapia a un farmaco, che se non fa subito stare meglio allora non funziona. La terapaia è un processo, non bisogna dimenticarlo, in cui vengono forniti degli strumenti per capirsi, per rivedersi, per cambiare, che è un percorso con i suoi ostacoli e le sue bellezze.


In genere oscillo tra periodi di pacifica convivenza con questa consapevolezza, in cui prendo atto della realtà e cerco di trarne il meglio che posso, e periodi in cui quella stessa consapevolezza mi è più insopportabile, mi concentro a sbatter la testa contro la porta chiusa invece di andare a cercare quelle aperte.
Forse un giorno il modo di vedere la vita cambierà e la comprenderemo meglio: non funziona - come ci fanno credere - sempre al top, anzì è proprio il suo essere ciclica, con luci/ombre, alti/bassi, introversione/estroversione, giorno/notte che permette crescita e armonia. L'armonia non è uno stato cristallizzato e statico, è un oscillare sempliice e "liquido" tra gli opposti, sintetizzandoli continuamente. Se non ci fosse il sonno non potremmo essere svegli, se non ci fosse l'inverno non ci sarebbe la primavera, se la strada non avesse due confini non la potremmo riconoscere. Molti dei nostri dubbi e paure sarebbero risolti se la smettessimo di "andare contro natura" pretendendo un essere sempre al top, e guardassimo come funziona la natura intorno a noi: siamo suoi figli, come potremmo funzionare diversamente?
Forse è perchè devono farci comprare tutte quelle cose inutili spacciate per strumenti di successo, forse per altri e più complessi motivi, ma certo questo modo "vippico" di vedere l'uomo non corrisponde alla realtà e quindi è causa di molti disagi psicologici. Un esempio di cosa la terapia dovrebbe aiutare a cambiare? il modo di vedere, se questo è origine di sofferenza e di ostacoli.

Sono d'accordo sul fatto che i fantasmi si devono guardare, per superarli; è anche per questo che m'era venuta voglia di tentare con uno psic. Solo, ecco, ho avuto la sensazione che il raccontare delle mie porte chiuse (non tanto per quel che mi direbbe lui, ma per il fatto stesso di parlarne e poi continuare a pensarci sempre rimuginando fra me) mi avrebbe distratto dal cercare quelle aperte.
Anche qui bisogna sempre personalizzare le conclusioni: ciascuno ha i suoi tempi e i suoi bisogni, e vanno rispettati. Se lei sta bene così e teme di chiudersi troppo, chi può dirle che non fa bene? Se invece soffre e ha paura di vedere i suoi fantasmi, lo sa... Se non siamo onesti con noi stessi, nessuno può prendersi il diritto di "smascherarci", di presumere di saperne più di noi. Non esiste una ricetta standard buona per tutti.
L'analisi è un modo di rapportarsi a se e agli altri, infine, un'abilità personale naturale. La psicoterapia può "insegnare" a raffinare questo metodo e dare alla persona un nuovo strumento. Tutto qui. Ma è poi così poco?

Esiste un indicatore non razionale che spinge alla terapia. E' un sentore che quello che succede in terapia ci attrae, ci sembra opportuno, ci incuriosisce, ci interessa, ci coinvolge. E non vuol dire che ci fa stare bene o male, che siamo diventati più fighi o più sfigati. Neppure che siamo sempre felicissimi di andare alle sedute e non proviamo mai "catttivi sentimenti". Vuol dire semplicemente che scatta un'attrazione: è questo l'indicatore. Poi, il perchè scatta entra nella specificicità di ciascuno. Se non scatta, si può lavorare un po' per vedere come mai, ma infine è bene cercare altre risorse. Ripeto: non perchè si è più felici o più sereni o più funzionali o più adeguati alle richieste altrui (esiste, sì, una psicoterapia "riparativa" e normalizzante, ma non sto parlando di questo), ma perchè qualcosa ci dice (e non è razionale) che "vogliamo" stare lì. Se può servire, guardate qui: http://www.eleusi.org/LAssociazione/tab ... fault.aspx
Ultima modifica di Dr.ssa Eleonora Arduino il 17 gennaio 2008, 10:03, modificato 2 volte in totale.
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Merak
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Messaggio da Merak » 17 gennaio 2008, 9:55

Il "troppo" è sempre errore.

Il pensare "troppo" al perchè di tutte le cose che ci succedono può diventare una prigione della quale non si riesce a trovare via d'uscita (altresì chiamata "seghe mentali", volendo banalizzare il concetto).

Il "troppo" buttarsi a capofitto in mille cose da fare è invece l'illusoria via d'uscita, il modo più comodo per non voler vedere i problemi, e quindi non impegnarsi a risolverli. Se si hanno tante cose da fare è più facile non pensare.

In entrambi i casi c'è un sovraccaricamento di uno dei due piatti della bilancia.

Riprendendo quindi la citazione precedente...:
quei pensieri che emergono nella noia (per semplificare) sono segnali che è meglio ascoltare, oppure, viceversa, la miglior cura potrebbe essere non assecondare un certo vittimismo, e gettarsi nella vita?
... credo che una cosa non escluda l'altra.

Si può essere capaci di ascoltare quei segnali senza che per questo diventino ossessioni e chiusura in se stessi, e al contempo non assecondare il vittimismo, cercando nella vita quotidiana la giusta dose di apertura verso l'esterno, la giusta e salubre distrazione, senza per questo mettersi i tappi per non "sentirsi".

Un bilanciamento, insomma. Un equilibrio, un riallineamento.

E già solo il fatto di rendersi conto (magari con l'aiuto di qualcuno) di essere un po' disallineati è una terapia. Come dice la dottoressa...
non è quel che scopro che importa, ma il fatto stesso di scoprirlo. coscienza, consapevolezza, visione come effetto/strumento di terapia.

(Sì, D.ssa Arduino, Merak è una delle stelle dell'Orsa Maggiore. Il fatto che sia anche un modello di auto l'ho scoperto successivamente all'aver scelto questo nick.)

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Messaggio da Dr.ssa Eleonora Arduino » 17 gennaio 2008, 10:10

Merak ha scritto: (Sì, D.ssa Arduino, Merak è una delle stelle dell'Orsa Maggiore. Il fatto che sia anche un modello di auto l'ho scoperto successivamente all'aver scelto questo nick.)
peraltro la più brillante... esiste una ricerca/ipotesi che attribuisce ad alcune costellazioni (le più brillanti nel cielo) una funzione di equilibrio e di trasmissione energetica, come accade per i centri energetici umani secondo la medicina orientale (i chakra). Merak sarebbe il chakra del cuore del Centro della testa (L'Orsa maggiore). Poesia o realtà... chissà... come disse Shakespeare: "ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante possa comprendere la tua filosofia" (Amleto, atto III scena V... o atto v° scena III? :? )
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