matrimonio maturo

In questa sezione puoi ottenere informazioni generali di carattere psicologico dal moderatore o da membri autorizzati, psicologi o psicoterapeuti, dalle Pagine Blu. Gli psicologi possono fornirti tutte le informazioni necessarie per offrire un contributo in merito alla prevenzione del disagio mentale, familiare e sociale ma in nessun caso possono fornire diagnosi o indicazioni sui trattamenti da effettuare.

Moderatore: Dr.ssa Eleonora Arduino

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Eddd
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Messaggio da Eddd » 2 febbraio 2008, 18:32

So che quello che sto per scrivere darà fastidio a molte persone. Il relativismo morale è spesso al centro di numerosi attacchi, anche in suo libro Giovanni Jervis cerca in parte di attaccarlo, confondendo quest’ultimo con il relativismo scientifico (ma secondo me questi due piani non dovrebbero essere intrecciati con tanta leggerezza) eppure io non sono mai riuscito a trovare alcun argomento convincente che riesca a scardinare l’idea che la moralità sia qualcosa di estremamente soggettivo. Se io personalmente non sento di comportarmi male nel fare qualcosa che tutti gli altri giudicano immorale perché dovrei non essere “sano”?
Se passiamo poi ad analizzare quale dovrebbe essere un “sano” sviluppo psicologico secondo me ci si trova di fronte ad un problema di difficile soluzione se non addirittura insensato, io posso giudicare per me quale sia un bene in sé e per me quale sia un male in sé, ma a me sembra difficile trovare parametri oggettivi che possano essere estesi ad ogni tipologia di individuo e persona. Anche la regola da lei suggerita dottoressa Arduino è poco convincente perché, se si dovesse seguire l’idea che per svilupparsi in modo sano non si può far del male a nessun altro, non sarebbe nemmeno corretto e sano dal punto di vista psicologico che una persona ne lasciasse un’altra nel momento in cui ne trovasse una con cui sta meglio, perché agendo così farebbe star male un'altra persona.

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Dr.ssa Eleonora Arduino
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Messaggio da Dr.ssa Eleonora Arduino » 2 febbraio 2008, 22:56

anche fare del male può essere un concetto molto relativo... forse uno spunto di riflesione è ipotizzare che male e sofferenza non siano necessariamente sinonimi
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tersite
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Messaggio da tersite » 3 febbraio 2008, 3:31

in realta' il relativismo morale non e' affatto sotto attacco
e' solo la chiesa a farlo, ma rappresenta solo una parte forse minoritaria della societa' (parlo dei cattolici praticanti)
tutti i mass media, a cominciare da tv giornali, blog internet esaltano il piacere personale , che deve prevalere su tutto...
anzi per molti la salute mentale passa per una sorta di egoismo
l'emozione fine a se stessa e' scambiata per amore
in pratica siamo in un momento di transizione i vekki valori non esistono piu' ma i nuovi stentano a delinearsi, ripensando i al passato cio' avviene al tramonto di una civilta' (mi ricorda la fine dell'impero romano )


oops! forse sono andato un po' OT :wink:

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Eddd
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Messaggio da Eddd » 3 febbraio 2008, 16:16

Tersite il punto è che, sotto certi aspetti, il concetto di salute mentale è legato a quello di morale. Io ci ho pensato molto ed ora provo a farti un esempio. Prendi in considerazione un serial killer, ora accade che le persone che condividono un certo punto di vista morale inizieranno a pensare anche che qualcosa in questa persona non va. Il problema è che un serial killer non ha una percezione distorta della realtà, semplicemente non trova problematico (o poco problematico) provare piacere nell'uccidere in determinati modi altre persone. Lui non prova alcuna sofferenza nel pensare ed agire in un certo modo e nemmeno si sente in colpa, per lui questo non rappresenta un male in sé (al limite potrebbe preoccuparsi delle conseguenze, delle pene o delle sanzioni nelle quali potrebbe incorrere) e l'unica cosa che non va in lui è che non condivide il nostro punto di vista morale, non è detto che commetta errori di giudizio, e potrebbe essere capacissimo di intendere e di volere. Io voglio soltanto farvi riflettere su una serie di cose, sul fatto ad esempio che il concetto di salute mentale è in parte intrecciato con quello di moralità. Ora se la morale è relativa, allora finisce con l'essere relativo anche il concetto di salute mentale.
Tutto questo risulta problematico perciò non solo per la chiesa, ma anche per la psichiatria, non tanto la per la psicologia, che in genere è una scienza che studia il comportamento umano dal punto di vista cognitivo e motivazionale senza aspirare necessariamente a correggerlo.
Io penso che sia sempre il soggetto che deve valutare in quale direzione dirigersi, nella quale siano assenti i suoi sintomi di sofferenza. Che una persona soffre è indubbio, cosa pensa però che debba essere modificato per ovviare a quella sofferenza deve deciderlo sempre la persona in questione. Per farvi un esempio banale un curatore potrebbe pensare di eliminare un dolore che il paziente percepisce alla mano magari tagliando tutto il braccio, ma non è la scomparsa del sintomo doloroso al quale mira la persona, la persona mira ad una certa condizione oggettiva che lei ritiene migliore della precedente in cui quel sintomo doloroso è scomparso. Perciò anche il concetto di salute secondo me è relativo, esistono diverse situazioni verso cui potersi indirizzare in cui quel sintomo è assente, ma la persona potrebbe non considerare lo stesso di essere stata curata efficacemente perché non era in quella direzione che desiderava andare, nell'esempio precedente voleva sia salvare il braccio che eliminare il dolore alla mano.
In ogni cura bisognerebbe rendere chiaro al paziente la condizione oggettiva verso cui si intende dirigerlo, i rischi che corre, e quanto la cura possa risultare efficace. Su questi temi io mi trovo davvero in difficoltà, esprimo i miei dubbi perché ci sono. Il concetto di salute a prima vista sembra semplice da comprendere ma se analizzato meglio risulta molto più problematico di quel che si pensa normalmente.
Ultima modifica di Eddd il 3 febbraio 2008, 16:28, modificato 1 volta in totale.

pippus
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Messaggio da pippus » 3 febbraio 2008, 16:21

...
Ultima modifica di pippus il 15 febbraio 2008, 3:06, modificato 1 volta in totale.

Dr.ssa Amalia Prunotto
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Messaggio da Dr.ssa Amalia Prunotto » 3 febbraio 2008, 19:38

In ogni cura bisognerebbe rendere chiaro al paziente la condizione oggettiva verso cui si intende dirigerlo, i rischi che corre, e quanto la cura possa risultare efficace. Su questi temi io mi trovo davvero in difficoltà, esprimo i miei dubbi perché ci sono. Il concetto di salute a prima vista sembra semplice da comprendere ma se analizzato meglio risulta molto più problematico di quel che si pensa normalmente....

Io non "dirigo"i miei pazienti; percorro insieme a loro una strada.
Posso essere una guida sicura, stabile, sincera e penso di poter fare un modo che gli eventuali "pericoli"possano essere affrontati insieme.La cura è efficace?
Dipendenda da ciò che intendiamo per cura, guarigione, malattia, benessere.
Restituire autonomia e libertà, sicurezza e amore per sè e per la propria vita, capacità d'amare ed essere amati, per me è questo l'obiettivo che perseguo insieme ai miei pazienti.
Con i tempi, le possibilità, le ragioni , della storia personale e terapeutica che andremo a costruire insieme.

Che ne diciamo?

Amalia Prunotto
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Eddd
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Messaggio da Eddd » 4 febbraio 2008, 16:46

Pippus ora provo a spiegarmi meglio. Supponi che una persona avverta una certa sofferenza o se vuoi un dolore, ora non è detto che data una forma di sofferenza sia automaticamente associata a questa una cura efficace. Una cura modificherà sicuramente qualcosa, e proprio per questo potrebbe darsi che insieme alla scomparsa dei sintomi fastidiosi potrebbe provocare altri danni collaterali indesiderati al soggetto (effetti che lui non desidera ottenere insomma). Un dolore alla mano lo si può far sparire paradossalmente anche tagliando via tutto il braccio, se la mano non c’è più sicuramente quel particolare fastidio (il dolore alla mano) verrà “curato” con questa operazione, ma quella pratica provocherà magari danni ancora maggiori o equivalenti al particolare sintomo che ha curato. A qualsiasi pratica ci si sottoponga è necessario cercare di capire bene cosa si ottiene, spesso gli psicoterapeuti iniziano a parlare di resistenze e cose del genere, io queste resistenze le chiamo semplicemente volontà della persona in quel momento, che andrebbe comunque rispettata. Anche nell’esempio di sopra magari il curatore potrebbe iniziare a parlare di resistenze inconsce di parti che sono alleate alla sua terapia (un po’ stramba per la verità) e parti del paziente che non sono alleate alla terapia. Ma a me risulta chiaro che il paziente vuole eliminare il dolore alla mano ed allo stesso tempo non vuol farsi tagliare il braccio, non ci sono parti buone e parti cattive. La soluzione che propone il curatore non è una buona soluzione riguardo al problema del paziente, è una falsa soluzione, quello che desidera ottenere l’assistito è salvare il braccio ed eliminare quel male alla mano, per questo si è rivolto al curatore. Magari forse alla fine non esiste alcuna cura nota e la persona non può fare altro che tenerselo quel dolore continuando a star male: non si può far finta di avere una qualche cura efficace quando in realtà non la si possiede.

Beh dottoressa Prunotto anche io so raccontare qualcosa di molto vago per far contenti un po’ tutti: “Lo psicoterapeuta è una guida che aiuterà ogni persona ad essere felice o ad essere più felice”.
Ma in pratica come e cosa fa concretamente lo psicoterapeuta per riuscire ad aiutare la persona a realizzare questo obiettivo? Per ogni paziente potrebbe consistere in qualcosa di molto diverso e per alcuni potrebbe essere molto complicato da ottenere, era questo il mio discorso; anche ”amare”, “ed essere amati” bisogna andare a vedere poi la persona in questione a cosa intende riferirsi con questi termini, non è che siete voi che dovete istruirlo sul loro significato perché variando in modo opportuno il senso di alcuni termini in cui è espresso un problema, ogni “problema” può essere risolto facilmente, ma in realtà non si è risolto il problema di partenza, ma tutt’altro. Questo è un trucco retorico abbastanza noto.

Per concludere, ma voi psicoterapeuti qualche volta ve lo chiedete perché dovreste essere capaci di dare questo aiuto?

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tersite
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Messaggio da tersite » 4 febbraio 2008, 18:47

Caro edd, i tuoi dubbi mi ricordano in qualche misura i miei che avevo quando mi iscrissi a questo forum...
ora che sono in analisi mi appaiono delle resistenze ad intraprendere un percorso di analisi del profondo
poi secondo me, fai confusione fra moralita' e salute mentale lo psicoterapeuta mica e' un prete che ti indica cosa é giusto o sbagliato
ma risponde al tuo bisogno NON di eliminare una sofferenza , bensi' di capire se stessi... in realta' dovrebbe farti portare alla luce delle realta' che sono inconsce , ma non per questo non condizionano la tua vita
spesso impedendo una piena realizzazione di se'
i serial killer li lascerei stare xche' siamo nel terreno della psicosi , che non so se e' terreno per la psicoanalisi :shock:


P.S: il paragone della mano e il braccio non l'ho capito... posso dire che non mi sembra l'approccio psicoanalitico , ma caso mai di quello psichiatrico :
stai male ? prendi una pillola che ti passa ... levato il sintomo stai meglio
anzi sei sulla via della guarigione, purtroppo spesso non é cosi' e gli ansiolitici non tolgono l'origine della tua ansia, ma perlomeno ti aiutano a vivere un po' meglio :wink:

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Eddd
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Messaggio da Eddd » 5 febbraio 2008, 1:20

Vedi Tersite tu hai detto automaticamente che il serial killer è psicotico, cioè un malato di mente, e per me già a questo livello abbiamo proiettato la nostra idea di salute mentale su un’altra persona che magari dal suo punto di vista sta bene così come sta, se questa persona è infelice a causa di una serie di fatti, forse desidera cambiare qualcosa, ma non il suo essere un serial killer, questa parte della sua personalità non è disposta a cambiarla.

Un disagio può essere attenuato immaginando di modificare parti diverse della nostra esistenza (immaginare perché non è detto che si possa poi realizzare concretamente queste modifiche), e perciò in corrispondenza di quel disagio si possono immaginare diverse situazioni “normalizzanti”, in mezzo a queste però è sempre la persona che deve scegliere quali siano quelle realmente curative secondo il suo punto di vista soggettivo.

L’esempio che ho fatto prima era anche un po’ metaforico:

Il braccio <=> Una parte della propria personalità attuale
Il dolore alla mano <=> I sintomi, il disagio psicologico
Vivere senza un braccio <=> Una delle situazioni normalizzanti in cui il disagio viene eliminato immaginando di modificare quel tratto della personalità dell’individuo

Spero di essere riuscito a spiegarmi Tersite. Ho solo posto qualche domanda ed insinuato i miei dubbi. Beh ora dite la vostra perché a me non è affatto chiaro cosa significa in fin dei conti esser sani sia mentalmente che fisicamente. A questo punto però mi viene addirittura da ridere, perché “essere sani” cosa significa avrei dovuto apprenderlo dalla comunità dei parlanti, e da come viene usata questa espressione sembra davvero che sia relativo, però può capitare anche che qualcuno si sbagli ad usarlo :), ma si sbagli rispetto a cosa?
Rilancio la domanda di novembre
Ritornando alla questione "rapporto sano". Edd sostiene che, in fondo,
tutto sia relativo. Quindi se si sta bene, significa che si è sani?
ed abbandono la discussione con un sorriso :), ultimamente questo forum mi ha fatto pensare un po’ troppo, e per me risulta più salutare non pensare troppo a questioni come queste… Credo che per un po’ non scriverò più qui, ciao Tersite… Ciao a tutti.

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