::DIARIO:: allegra

In questa sezione puoi aprire un tuo diario per presentarti scrivendo in modo libero quello che ti ha portato qui e, se ti va, cosa fai nella vita, di dove sei, che passioni/hobby hai, cosa ti attira o ti impaurisce dell'introspezione e della psicoterapia..
Sei comunque libero di sbizzarrirti e presentarti come meglio credi.

Moderatore: Elisa Iaffaldano

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allegra
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Messaggio da allegra » 7 gennaio 2007, 16:33

cancellato
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orchidea22
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Messaggio da orchidea22 » 7 gennaio 2007, 16:49

Allegra cosa studi a catania? Un'altra curiosità..quanti anni hai?

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allegra
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Messaggio da allegra » 7 gennaio 2007, 16:50

Chiunque può rispondermi, però, senza offendere né discriminare gli esseri viventi, compreso gli animali e gli alberi. Grazie. :oops: :P non tollero errori.

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Messaggio da allegra » 7 gennaio 2007, 16:52

Sono iscritta in scienza della formazione, come indirizzo ho scelto educatore dell’infanzia. :wink:

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Messaggio da allegra » 7 gennaio 2007, 16:54

ho 20 anni

orchidea22
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Messaggio da orchidea22 » 7 gennaio 2007, 16:56

Ti ho chiesto perchè anch'io studio a catania, complimenti per la scelta dei tuoi studi, spero tu riesca ad andare avanti ed a finirli bene,

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Messaggio da allegra » 7 gennaio 2007, 17:10

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ivy
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Messaggio da ivy » 8 gennaio 2007, 0:57

Ciao allegra.
Mi dispiace che tu abbia avuto un'infanzia così, soprattutto perchè durante l'infanzia siamo fragili e indifesi, dovremmo essere protetti non picchiati. :cry:
Ma chissà cosa passava per la testa a quelle persone!Immagine
Di te mi stupisce il fatto che tu ti senta spesso triste, ma altrettanto sai essere allegra e contenta nel fare le cose (studio, scout, ...). Molto spesso la vita non è come vorremmo e ci vengono messe davanti prove dure che ci sembrano insuperabili per le nostre forze.Immagine E ci chiediamo perchè proprio a me!?!? :x :cry:
Ora pensa a te e al tuo futuro. Hai persone disposte ad aiutarti (ad esempio la tua dottoressa, e se non ci fosse più lei cerca altre persone qualificate),Immagine una famiglia (se ci sono problemi tra i tuoi genitori, può capitare, non li devi risolvere tu, spero sistemeranno tutto) e molte possibilità davanti.
Buon cammino! :oops:
un abbraccio
Immagine
ivy
... ci sono sofferenze che scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne esce melodiosa.
Da Paolo il caldo, Vitaliano Brancati

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Messaggio da allegra » 13 gennaio 2007, 14:17

Mi sento molto giù. Non so se qualcuno ha approvato la stessa sensazione. Non sono stata bene, ho avuto la febbre, ma non è stato questo che mi ha fatto tornare la tristezza nella mia vita. Sono stati i ricordi di un’infanzia infelice e di una adolescenza spezzata. Non so se ancora avrò la forza di continuare quaggiù, spero di sì, non desidero deludere le persone che mi vogliono bene.
Con affetto allegra.
:( :( :( :(

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Messaggio da ivy » 13 gennaio 2007, 14:21

Devi continuare, invece! :P
Ora il tuo futuro puoi costruirtelo tu, allegra. :wink:
... ci sono sofferenze che scavano nella persona come i buchi di un flauto, e la voce dello spirito ne esce melodiosa.
Da Paolo il caldo, Vitaliano Brancati

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Messaggio da allegra » 13 gennaio 2007, 14:28

Non ti preoccupare farò di tutto per stare bene e per migliorare la società che in questo periodo vive una grande crisi d’identità. Grazie per tuoi consigli. Con affetto allegra. :wink: :wink: :oops:

wope

Messaggio da wope » 13 gennaio 2007, 15:35

Sì allegra, capita anche a me di sentirmi molto triste ... e nonostante questo, cerco di non perdere mai la speranza. Trovo anch'io molto utile non chiudermi in me stessa e provare a migliorare un po' la società. Ecco una bella iniziativa che ho scoperto recentemente, per coltivare la speranza:
http://www.simbolodellapace.net/images/random3/2.png

Ti lascio anche una filastrocca per grandi e bambini che mi piace moltissimo...e un'immagine stupenda...

Dopo la pioggia
di Gianni Rodari

Dopo la pioggia viene il sereno,
brilla in cielo l'arcobaleno:

è come un ponte imbandierato
e il sole vi passa, festeggiato.

È bello guardare a naso in su
le sue bandiere rosse e blu.

Però lo si vede - questo è il male -
soltanto dopo il temporale.

Non sarebbe più conveniente
il temporale non farlo per niente?

Un arcobaleno senza tempesta,
questa si che sarebbe una festa.

Sarebbe una festa per tutta la terra
fare la pace prima della guerra.


Immagine

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Messaggio da allegra » 13 gennaio 2007, 17:02

La comunicazione è un aspetto fondamentale per l’interazione sociale; gli esseri umani organizzano la vita sociale attraverso il linguaggio verbale, ma si servono anche di altri mezzi, come le immagini, il modo di vestire, la gestualità e ecc.
Vi è comunicazione in tutte le occasioni in cui si verifica uno scambio sociale governato da regole.
La famiglia è la comunità in cui si concretizza il primo rapporto interpersonale, in quanto rappresenta il primo ambiente sociale in cui l’individuo è inserito.

compreso? grazie a tutti, con affetto allegra :oops: :oops: :oops: :wink:

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Messaggio da allegra » 13 gennaio 2007, 17:24

L’infanzia è stata reinterpretata nella ricerca delle scienze socio-umane. Gli studiosi hanno infatti messo in discussione l’identificazione della condizione infantile e in campo socio-antropologico che l’infanzia è un vero e proprio “status sociale”. La locazione nel tempo dell’infanzia, definita anche fanciullezza o minore età, cambia all’interno di ciascuna società e della stessa cultura.
Tale situazione è stata esemplificata da un importante documento internazionale, la “Convenzione Internazionale dei diritti dell’infanzia”, nella quale viene fatta coincidere con l’intero periodo che va dalla nascita ai diciotto anni, cioè con la minore età.
Nel corso del ventesimo secolo nella società, attraverso una molteplicità di studi e di convegni, si è riscoperta l’infanzia e si è diffusa una concezione ”puerocentrica” che ha esaltato l’unicità e l’importanza dei bambini, la loro necessità di ambienti e cure speciali da parte degli adulti. E’ stato aumentato nei confronti dei bambini il controllo sociale, sia nelle famiglie che nelle istituzioni.
Gli studiosi delle scienze socio-umane hanno denunciato la marginalità della condizione infantile nella società contemporanea. L’infanzia al centro della comunicazione sociale risulta assente nei meccanismi che portano alla decisione di politiche sociali.
Secondo Egle Becchi, attenta studiosa dell’infanzia, i bambini vivono in una condizione di “debolezza societaria”: essi in quanto “incompleti, immaturi, asociali ”devono essere condotti ad acquisire le caratteristiche viste come proprie dell’età adulta. Essi devono passivamente accogliere i ruoli e le condotte predisposte dagli adulti, rinunciando alla propria individualità.
Tale impostazione sociologica e pedagogica, in questi ultimi tempi sembra che stia modificandosi con il riconoscimento della specificità della condizione infantile, delle modalità con cui i bambini evidenziano le proprie competenze, agendo come soggetti attivi in grado di modificare il proprio contesto di vita e l’ambiente che li circonda.
L’attenzione sociale verso i bambini, sviluppatasi nel corso del ventesimo secolo, ha portato anche a varie forme di impegno politico internazionale, il cui il risultato più evidente è la Convenzione Internazionale dei diritti dell’infanzia del 1989. Questo documento estende fino a diciotto anni di vita l’esistenza di diritti particolari, che ampliano o specificano i diritti umani generali.
Ecco di seguito alcuni di questi diritti contenuti nella convenzione: al nome, alla nazionalità, alla famiglia, all’alimentazione, alle cure, alla casa, al gioco, all’istruzione, all’educazione, alla tolleranza, alla pace e alla solidarietà, alla tutela dell’abbandono, dalla crudeltà, dallo sfruttamento e dalla discriminazione. Tale diritti però vengono violati frequentemente in quasi tutto il mondo, nei paesi poveri e nei paesi ricchi. Nella società avanzata dell’Occidente i bambini non muoiono più di fame o per la guerra, ma sono soggetti allo sfruttamento, all’abbandono, alla violenza, all’abuso sessuale e vengono coinvolte in pratiche criminali. La prevenzione di simili situazioni non richiede solo in cambiamento di politico sociale, ma anche maggiore consapevolezza delle condizioni infantili.
Nel corso del Novecento diversi pedagogisti, psicologi, storiografi, hanno analizzato il problema esplicitando considerazioni e riflessioni di grande interesse.
Maria Montessori nel 1909 individua nello studio scientifico dei bambini, che permette di essere conosciuti per quelli che veramente sono, uno dei diritti fondamentali dell’infanzia. A suo giudizio questo studio è stato reso difficile da molteplici pregiudizi che hanno guidato l’opera educativa nei corsi dei secoli, soprattutto dall’adultismo, che ha affrontato l’infanzia dal punto di vista dell’adulto, cioè una condizione piena di limitazioni che deve essere superata.
La pedagogia scientifica, secondo Montessori, deve invece portare verso una civiltà che dovrà proporre due ambienti sociali, due mondi distinti: il mondo dell’adulto e il mondo del bambino. Per fare ciò, bisognerà predisporre ambienti adatti, materiali scientifici, educatori più prepararti. La pedagogista afferma quindi che una educazione rispettosa dei diritti del bambino, “cittadino dimenticato”, è necessaria per una crescita complessiva dell’interna umanità.
Grazie alla Montessori l’idea che esista una condizione infantile universale, che debba essere scientificamente conosciuta e tutelata, è diventata oggi un concetto fondamentale della nostra cultura.
Le immagini scientifiche dell’infanzia, come le immagini sociali, hanno contribuito alla costruzione di determinati ”tipi” d’infanzia, che hanno generato atteggiamenti concreti nei confronti dei bambini.
Un ruolo importante è stato ed è quello della psicologia, che ha sviluppato, a partire dall’inizio del Novecento, settori di studio, come la psicologia dell’età evolutiva, producendo ricerche e risultati basati su esperimenti e test.
All’inizio del ventesimo secolo un contributo importante a questo riguardo è venuto da Alfred Binet, fondatore del laboratorio di psicologia della Sorbona. Egli ha elaborato, assieme a Simon, una dei primi test mentali, che ha favorito la concezione dell’infanzia come condizione con caratteristiche intellettuali misurabili e quantificabili. Il test Binet-Simon aveva come obiettivo la misurazione delle capacità intellettive dei bambini in momenti ben definiti nel tempo.
Per studiare le modalità di sviluppo nei primi anni di vita, la psicologia dell’età evolutiva ha proposto dei “disegni”, cioè delle strategie di ricerca longitudinali( nello stesso gruppo di bambini) e trasversali ( su gruppi di età diversa):
Fra i primi ad occuparsi dello sviluppo dei bambini in età prescolare, attraverso studi longitudinali e trasversali, è stato lo psicologo americano Arnold Gesell. Egli riferisce su moltissime prove riguardanti le reazioni alle persone, la motricità, il linguaggio, l’adattamento. Queste prove applicate in ambienti controllati, ripetute a distanza di tempo sugli stessi bambini o su gruppi di bambini di età differenti, hanno determinato la formazione di scale di sviluppo con l’indicazione della comparsa di determinate capacità specifiche.
Sono state fatte delle indicazioni su vari aspetti dello sviluppo ad ogni età, progettando anche delle metodologie speciali basate sul gioco.
A tale proposito Piaget ha effettuato delle ricerche, combinando la semplice osservazione delle attività dei bambini e l’esame clinico dell’esperienze fatte. La sua indagine dimostra che nello sviluppo infantile l’intervento degli adulti non può né accelerare né cambiare i tempi e la successione delle fasi di crescita psicologica. Questa crescita dipende dall’esperienza del bambino: l’attività formativa deve limitarsi alla preparazione dell’ambiente adatto alle giuste richieste del bambino, che viene considerato come un costruttore attivo della propria conoscenza in un ambiente sociale fondato sulla collaborazione e non sulla sottomissione.
Il rapporto tra infanzia ed emozioni è stato al centro degli studi di psicanalisi infantile.
Freud ha rifiutato l’uso di metodi quantitativi, sottolineando la diversità qualitativa della psiche infantile rispetto a quella adulta. A questo riguardo Freud riteneva che la terapia della psicanalisi sui bambini fosse di difficile attuazione proprio per le differenze fra la mente infantile e la mente adulta. Si è cercato di superare questa difficoltà utilizzando nuove tecniche di analisi, basate soprattutto sull’indagine di comportamenti di tipo simbolico, come i sogni, i giochi, il disegno, attraverso i quali il bambino si manifesta più liberamente.
Dalla psicanalisi infantile nasce una nuova visione pedagogica del problema: nello sviluppo infantile è importante la formazione emotiva nei primi sei anni di vita, lo studio della psiche e dell’ incoscio del bambino.
In questa prospettiva la prima responsabilità pedagogica dell’adulto, sia esso genitore o insegnante, diviene quella di assicurare le condizioni necessarie al benessere psicologico e ad una positiva crescita sociale del bambino.
Fino agli anni settanta le scienze socio-umane hanno attenzionato il bambino però come un individuo passivo, mentre oggi invece i bambini sono riconosciuti soggetti attivi al pari degli adulti.
La sociologia e la psicologia hanno inoltre dato rilievo al fatto che i bambini non sono dei soggetti separati dall’ambiente sociale di cui fanno parte.
Per il bambino l’interazione con gli adulti e il mondo circostante è la condizione fondamentale per la costruzione organica della loro identità e della loro conoscenza.
In questi ultimi tempi sembra che l’infanzia abbia perso la parola. Si è rilevato che ormai si sentono in giro meno voci infantili e quasi del tutto sono scomparsi i segni dei bambini, come le tracce di giochi per le strade, i mercantini dell’usato infantile. Non si sentono per le strade i cori dei bambini in occasione delle feste religiose. Molti di questi spazi, lasciati deserti dai bambini, sono state occupati dagli adulti. Le voci dei bambini sono state rilegate in luoghi controllati dagli adulti, come la casa e la scuola, dove la loro parola è diventata vigilata.


L’APPRENDIMENTO

Gli esseri umani agiscono nella realtà sulla base di stimoli esterni e di motivazioni interne, anzitutto per realizzare un adattamento, ossia la soddisfazione di bisogni vitali. I nostri comportamenti dipendono sia dagli istinti innati, sia dall’apprendimento.
L’apprendimento può essere definito anzitutto come capacità di memorizzare e modificare i nostri comportamenti in relazione all’esperienze individuali. L’arricchimento delle conoscenze e delle competenze individuali si realizza grazie ad una nostra particolare capacità di apprendimento a contatto con l’ambiente e la comunità in cui si vive. L’apprendimento, cioè l’acquisizione di elementi nuovi, può avvenire in modo intelligente o in modo casuale.
Esso è condizionato da diversi fattori: l’eredità genetica di ogni individuo, il livello di maturazione, l’ambiente in cui vive l’individuo e suoi condizionamenti.
Di per sé l’apprendimento non ha bisogno di essere suscitato, è un processo spontaneo. Pur tuttavia quasi sempre è affiancato da un processo complementare, che è l’insegnamento.
Esso può essere spontaneo, come avviene nella famiglia, programmato come avviene nella scuola. Tale insegnamento è necessario che sia attuato nelle forme più favorevoli per apprendere, in modo che sia lo stesso discente ad organizzare in modo consapevole i vari apprendimenti. Per questo occorre che chi organizza l’insegnamento debba far corrispondere l’intervento formativo ai meccanismi naturali dell’apprendimento. Inevitabilmente però, l’insegnamento più è organizzato più si corre il rischio che alteri l’apprendimento naturale, diventando così artificiale. Ciò ha dato origine alla discussione del rapporto che passa fra apprendimento spontaneo e apprendimento artificiale e dell’efficacia di quest’ultimo, che spesse volte, come quello scolastico, non riesce a fornire competenze veramente valide per la vita. L’apprendimento come processo spontaneo, è sempre motivato, in quanto è una forma di attivazione dell’individuo verso uno scopo. Anche l’azione formativa per produrre apprendimento deve essere legata ad una condizione motivante.
Pedagogicamente l’apprendimento può essere in senso strumentale, cioè motivare il soggetto all’apprendimento come mezzo per soddisfare un bisogno sganciato dai contenuti dell’apprendimento stesso; in questo tipo di apprendimento si ricorre alla punizione e ai premi. E’ questa la cosiddetta motivazione “estrinseca”.
Il percorso formativo può tuttavia essere costruito in modo diverso, cercando di riprodurre situazioni in cui ciò che avviene appreso ha valore in sé per il soggetto; è un tipo di apprendimento che soddisfa direttamente una motivazione “intrinseca”, propria del soggetto.
Diverse possono essere le motivazioni ed ogni bambino assume scelte e comportamenti a secondo degli interessi. La continuità fra insegnamento, motivazione ed interessi è il presupposto necessario per la disponibilità del soggetto all’apprendimento.
Motivazioni intrinseca e estrinseca presentono caratteristiche e vantaggi formativi diversi. Il ricorso alla motivazione estrinseca consente di ottenere con velocità e facilità, una serie di apprendimenti semplici, ma poco duraturi nel tempo. La motivazione intrinseca è invece più adatta a fare produrre apprendimenti più complessi e duraturi, ma non sempre è possibile suscitarla in contesti artificiali di apprendimento.
Comunque resta di primaria importanza la partecipazione attiva del destinatario dell’intervento formativo: il soggetto deve essere coinvolte nell’apprendimento e la sua disponibilità ad apprendere diventa fondamentale.
Esistono due modi di apprendere: quello “simbolico- ricostruttivo” e quello “percettivo-motorio”.
Il primo nei casi più semplici consiste nel codificare i simboli e ricostruire nella mente ciò ai cui essi si riferiscono. Un esempio è dato quando un individuo legge, ragiona e studia su un libro.
Il secondo modo di apprendere non avviene attraverso l’interpretazione dei testi, dei simboli, né attraverso la ricostruzione mentale, ma attraverso la percezione e l’azione motoria sulla realtà: si percepisce un oggetto con i sensi, si interviene su di esso con un’azione, producendo così un cambiamento nella percezione e quindi una conoscenza.
Sono questi due sistemi molto diversi d’apprendere: il sistema percettivo-motorio è più naturale e spontaneo, non richiede concentrazione, non comporta fatica ed è più veloce; il sistema simboli-ricostruttivo deve invece essere adoperato in modo consapevole, controllato, comporta più fatica ed è più lento.


LA CREATIVITA’ E IL GIOCO

La creatività e il gioco sono due dimensioni presenti nell’agire umano, collegate alla sfera emozionale dell’individuo e alla sua libertà. In particolare esse sono dei modi con cui i bambini esprimono la loro esperienza e il loro rapporto con il mondo e quindi oggetto di studio per esplorare meglio i meccanismi evolutivi presenti nell’infanzia.
Diverse sono le definizioni che si è cercato di dare alla creatività e al gioco. Al posto del termine gioco si è usato l’espressione”attività ludiche”, mentre al posto di creatività sono state usate le espressioni “produzione del nuovo, esplorazione e libertà.”
Il concetto della creatività viene legato a quello dell’arte, anche se questo ha dato luogo a delle contrapposizioni, dal momento che il concetto di arte è in sé molto controverso.
Nell’età contemporanea la pedagogia si è soffermata a considerare le capacità creative sia nel senso espressivo che in quello cognitivo e ciò ha comportato un nuovo modo di intendere l’educazione estetica. L’arte può essere intesa come un modo di rappresentare la realtà, di interpretarla, di conferirle un significato; allo stesso tempo è un espressione delle nostre emozioni e dei nostri bisogni profondi. La formazione estetica è necessario che preveda sia la capacità di percepire e di comprendere i valori estetici, sia di produrre autonomamente realizzazioni estetiche. Esemplificativo in questo senso è il linguaggio grafico-pittorico-plastico, un settore di espressione che prevede il ricorso ai segni grafici, ai colori, alle forme plastiche presente nel bambino, che si manifesta in una serie di attività spontanee. L’educazione infantile a questo linguaggio si basa sulle attività di laboratorio, nelle quali i bambini possono esprimersi liberamente attraverso i colori, carte colorate, plastiline, legno ecc. L’obiettivo di queste attività non è quello di insegnare norme e regole ma quello di stimolare l’esplorazione e la scoperta di tecniche che possono meglio esprimere la propria creatività.
Per quanto riguarda l’aspetto cognitivo della creatività esso può essere favorito attraverso un modo diverso di intendere l’attività scolastica. Spesso la scuola non adotta modalità adeguate in tal senso: bisognerebbe invece favorire l’apprendimento per scoperta, in modo intuitivo, individualizzato, al fine di evitare che i bambini si bloccano. Infatti se i bambini tendono soluzioni diverse, procedono per intuizione e sbagliando possono apprendere meglio.
Anche il gioco per molti aspetti è caratterizzato dalle stesse modalità che sono presenti nella creatività. Esso è un comportamento fondamentale della nostra vita: può essere vissuto in modo diverso, come attività fisica, come sfogo di energia, come espressione di fantasia, come interazione di gruppo, come espressione di esperienze individuali. Il bambino attraverso il gioco incontra la realtà e si abitua a gestire regole, ruoli e contrasti.
Il gioco oltre ad essere un comportamento spontaneo, può essere anche un importante strategia ai fini educativi. L’importanza del gioco nella crescita dei bambini è fondamentale e diventa un occasione per permettere un apprendimento piacevole e motivante. Il ruolo educativo del gioco è ribadito negli Orientamenti del 1991 per la scuola dell’infanzia, dove si afferma che il gioco costituisce una risorsa privilegiata di apprendimento e di relazioni, favorisce rapporti attivi e creativi sia a livello cognitivo che a livello relazionale, consente al bambino di trasformare la realtà secondo le sue esigenze interiori, di realizzare le potenzialità e di rivelarsi a se stesso e gli altri.
Il gioco, che è un elemento fondamentale nella scuola dell’infanzia e nella scuola di base, ha un ruolo importante anche nell’educazione dei più grandi. Esso, per essere educativamente più efficace, può essere diversamente graduato da parte dell’educatore, utilizzando regole, materiali, spazi e tempi diversi.

con affeto allegra :oops: :?

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Messaggio da allegra » 13 gennaio 2007, 17:32

I DIRITTI DEI BAMBINI


Nel 1948 è stata stilata la “Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo” che riconosce i diritti civili, politici, economici, sociali e culturali di tutti gli uomini. Il riconoscimento di questi diritti è collegato con l’opera dell’educazione intesa a favorire la crescita di uomini consapevoli dei loro diritti e di quelli degli altri. Resta tuttavia problematica la concretizzazione di questa finalità all’interno delle agenzie educative. Il riconoscimento di questi diritti non sempre avviene regolarmente specie nei casi dei bambini in cui diritti spesso vengono sconosciuti e violati.
Maria Montessori afferma che occorre che la società riconosca pienamente i diritti sociali del bambino. A tal proposito sono state scritte diverse Carte, fra cui la più importante è la “Convenzione Internazionale dei diritti dell’Infanzia” del 1989, che obbliga gli stati firmatari a recepire gli articoli nelle loro legislazioni nazionali.
La Convenzione estende l’infanzia fino ai diciotto anni di vita; questo risponde all’allarme sociale e all’urgenza di una tutela nei confronti delle generazioni più giovani, i cui diritti fondamentali vengono ribaditi come nome, nazionalità, famiglia, alimentazione, cure, casa, gioco, istruzione, educazione alla comprensione, alla tolleranza, alla pace, alla solidarietà, protezione dall’abbandono, dalla crudeltà, dallo sfruttamento e dalla discriminazione.
Però tuttavia, nella realtà, per la maggioranza dei bambini che vivono nel mondo è come la Convenzione non fosse mai stata scritta. Infatti la maggior parte di bambini sono vittime di violenza fisica e psicologica.
Oltre che di queste forme di violenza sono vittime di ben più vasta quantità di abusi, che Alfredo Carlo Moro documenta nel suo libro-denuncia con i titoli “il bambino incompreso”, il “bambino programmato, il bambino negato”.
La violazione dei diritti dei bambini si realizza,attualmente,in tutte le agenzie di socializzazione e in tutti gli ambienti di vita in cui essi sono presenti.
Si tratta di fenomeno sia macrosociale che microsociale, che coinvolge sia la responsabilità dello stato che delle famiglie. E’ fenomeno macrosociale perché ci si ritrova di fronte a fatti come lo sfruttamento del lavoro minorile, il coinvolgimento dei bambini nelle guerre o nelle pratiche criminali, la diffusione degli abbandono o degli abusi sessuali.
Purtroppo in molti stati economicamente emergenti le varie forme di sfruttamento del lavoro minorile sono dettate dalle condizioni socio-economiche; infatti nei grandi agglomerati urbani la manodopera infantile è ricercata nella piccola industria, dove i bambini lavorano in condizione disumane, vengono pagati di meno. A questa violenza fisica si aggiunge la mancanza dell’istruzione, che determina lo svolgimento di lavori non qualificati.
Oggi la condizione infantile è travolta da conflitti ed è privata di tutti quei diritti previsti dalla Convenzione dell’ ONU. In alcuni parti del mondo come la Liberia, addirittura i bambini combattono a sette anni, sostituendo così al gioco la guerra. Questi bambini non sanno usare la fantasia per divertirsi, conoscono le armi ma non sanno niente sui giochi. Sono diventati grandi senza essere stati mai bambini.
Nelle guerre la condizione del bambino soldato non è l’unica: l’infanzia è costretta a subire violenze spaventose, come la tortura, lo stupro e anche l’uccisione
Anche al di fuori della guerra, negli stati con una profonda forte crisi economica e sociale, la situazione dei bambini è molto critica. Specialmente in questi Paesi abbiamo il fenomeno dei bambini di strada: sono dei bambini analfabeti, privi di protezione, che vivono facendo pratiche criminali.
Nell1991 l’Associazione Telefono Azzurro si è presa cura dei bambini “dimenticati”, cioè di quei bambini che appartengono alla società del benessere, si trovano in condizioni pessime perché vivono in famiglie inadeguate e la scuola non è attenta ai loro bisogni.
Per il benessere del bambino è necessario che ci sia comunicazione e relazioni positive, specialmente all’interno della famiglia. Però spesse volte i genitori sono impreparati e per questo la famiglia diventa “abusante”, cioè autoritaria, dispotica, iperprottetiva, iperesigente, sfruttatrice.
A testimonianza della difficoltà educativa della famiglia, un fenomeno molto diffuso è la violenza fisica nei confronti nei minori, i quali a loro volta sfogano il loro dolore e la loro frustrazione su altri bambini, animali o cose.
Oltre alla violenza fisica c’è la violenza psicologica. Spesso i bambini sono trascurati, dimenticati, messi in condizioni di non comunicare. Questo tipo di violenza è invisibile, ma ugualmente grave. Molti genitori inoltre non comprendono realmente i bambini e le loro effettive esigenze.
Mario Lodi sottolinea la necessità che il bambino dovrebbe vivere l’esperienza scolastica, come un normale periodo della sua crescita. In realtà la scuola contemporanea non favorisce questo diritto e in certi casi crea disagi, perché sostituisce alla apprendimento dell’”imparare facendo” quello libresco, poco motivante. Inoltre la scuola spesso nega il diritto alla diversità, cioè il fatto che ogni individuo abbia diritto al riconoscimento di bisogni individuali.
Il XX secolo è stato definito il secolo del fanciullo, perché le condizioni socio-economiche hanno portato alla scoperta di questo status sociale. Inoltre c’è stata la diffusione degli studi e della conoscenza specialistica dell’età infantile.
Negli anni sessanta prende corpo la figura del bambino come consumatore, come investimento sociale per il futuro. Inoltre viene esaltata la ricerca di condizioni ottimali, fisiche, psicologiche per la crescita del bambino. Tuttavia paradossalmente questo porta anche una diffusa violazione dei diritti dei bambini.
Secondo lo psichiatra Glem Doman la vita domestica comincia ad assumere nella prima infanzia del bambino le caratteristiche di una palestra per lo sviluppo della sua intelligenza, dove l’atteggiamento dei “maestri” in molti casi è più o meno consapevole a misurare il valore e le capacità del figlio in base ai risultati. Questi bambini vengono iperstimolati a realizzare attività axtradomestiche con il risultato che si viene a creare la sindrome di stress infantile. L’iperstimolazione porta alla negazione della loro infanzia e il bambino comincia ad assumere atteggiamenti da adulto.
Nella società moderna i bambini non sono più considerati come proprietà dei genitori e gli abusi nei loro confronti vengono puniti dalla magistratura. Però non bisogna limitarsi a colpevolizzare le famiglie ma esse devono essere aiutate ad individuare nuove strategie educative. Gli educatori non solo dovrebbero promuovere la conoscenza dei diritti, ma puntare sulla interiorizzazione di questi valori che devono essere difesi.
L’educazione ai diritti umani deve avvenire all’interno della famiglia e poi estendersi alla scuola e alla società. La Convenzione riconosce come diritti educativi il rispetto della personalità, dell’identità culturale, della libertà, dei valori della pace, della tolleranza, dell’uguaglianza, del rispetto dell’ambiente.

con affetto allegra


:? :oops: :wink:

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