La mia esperienza con la psicanalisi

La psicoterapia è un’esperienza alla quale si ripensa quasi sempre con sentimenti di gratitudine ma a volte anche con rabbia e con delusione ma pochi sono i dati reali in nostro possesso. Vuoi collaborare aiutandoci a lavorare sempre meglio e a correggere i nostri eventuali errori? Raccontaci la tua esperienza in questo apposito spazio a tua disposizione.

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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da Farfallo » 7 dicembre 2012, 18:05

Cara Francesca,

avevo sentito dire che la pratica psicanalitica odierna è cambiata. Non sarebbe più quella "calsssica".
Dalle tue parole deduco che vi è un certo eclettismo, con pratiche (che non conosco) per così dire integrative.

Vengo alla tua domanda, che è il motivo per il quale ho aperto questo thread: "ma la tua psicanalista che ti diceva?"
Ecco, la mia psicanalista diceva solo "Si...si....si....si... " e basta. E io associavo idee.
In tutto avrà detto una decina di brevissime frasi, ma finalizzate a disincagliare i punti morti del mio eloquio.

Quindi non ti posso rispondere: allora come oggi, non ho la minima idea di che cosa pensasse e nemmeno di come sono fatto io, o di quello che era emerso dall'analisi.
A un certo punto io le manifestai l'intenzione di sospendere. Lei si mostrò contaria. O meglio, contrariata.
Ricordo bene la sua figura esile, il suo sguardo di ghiaccio. Aveva un'aria monastica e per la verità anche un po' funerea. Parlava con un filo di voce, che a me sembrava gelido.
Sono andato avanti perché pensavo che non potessi far altro per recuperare la salute.
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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da Farfallo » 7 dicembre 2012, 18:58

Poi, al secondo tentativo di suicidio, venne mio padre a Milano e mi riportò a casa in una tranquilla città del Sud. L'analisi termninò così.

Senza pensarci, mio padre mi aveva portato fuori da una casa in cui ero sotto stress e da una città che è il simbolo dello stress, Milano appunto.
(poi, molto dopo , ho capito da me il nesso che esiste tra stress e depressione).

Così decidemmo per andare dallo psichiatra che diagnosticò: "qui c'è una grossa depressione".
Per me sentir dire che era colpa di una cosa chiamata depressione e non colpa mia fu un sollievo enorme.
Mi decisi infati a prendere le pillole e in capo a dieci giorni mi ristabilii perfettamente e fui presto in condizioni di tornare al lavoro, dopo 5 mesi d'inferno.

Perché dopo due anni di trattamento psicanalitico sono arrivato a stare così male e a un passo dalla morte e con 10 giorni di terapia psichiatrica sono tornato in salute?
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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da francesca » 7 dicembre 2012, 20:19

Perchè nel tuo caso non serviva, ma anche lì : non è che volontariamente non la facevi funzionare, non era colpa tua.

Non è che una cura non funziona perchè uno ha deciso di farla fallire, deve essere la cura, adatta alla persona, e non la persona, adatta alla cura.

però se uno non si aiuta in analisi, gli va detto; guarda l'analisi non è adatta a te per vari motivi, mille, blocchi, incapacità di recepire, una ricostruzione troppo dolorosa delle vicende personali, ecc.

Ma è sempre l'analisi in discussione.

Che poi siano i problemi del paziente a non farla funzionare, è logico, ma va chiarito che sono questi a non farla funzionare, e non la volontà.

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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da Farfallo » 8 dicembre 2012, 14:09

Grazie, Francesca!
Dopo tanti anni trovo almeno in parte soddisfcente.

Dico in parte, perché restano forse altri misteri, ma spero che avremo modo di parlarne.
Però credo che tu abbai individuato un passaggio cruciale, di cui non ero a conoscenza: il caso in cui lo psicanalista prende atto che l'analisi non sta funzionando. Senza parlare di colpe; semplicemennte non va.

In tutte le professioni un certo lavoro può andare a rotoli. Se qualcosa non va in un progetto di architettura o ignegneria, il cliente riesce a rendersi conto abbastanza di quel che non va. C'è un certo equilibrio tra professionista e cliente. Oltretutto il lavoro anche difficile, come quello del fisico o dell'astronomo sono passibili del controllo di un altro.
Ma temo che il rapporto tra analista e anlizzato sia molto asimmetrico, perché l'analizzato non sa nulla e chi custodisce il senso del lavoro fatto è solo l'analista.

Spero che negli ultimi anni si sia introdotta una Glasnost in materia


Ciao
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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da francesca » 8 dicembre 2012, 17:15

:)
Una cosa che mi viene a mente è che possiamo essere noi a comunicare, in vari modi, col malessere continuato,ma dicendolo chiaramente, che la cosa non funziona.

Insomma se uno dice all'analista: senta un po', che ci vengo a fare qua? Mi sembra che non serva a un tubo, sto peggio di prima.
A quel punto che succede: l'analista onesto ti dice "beh, se pensa che non le sia utile a nulla, stop, non sono qua per rubarle tempo e denaro"

Se uno però non stoppasse così, al momento che è lì, la migliore secondo me sarebbe sfruttare l'occasione, tirare fuori tutto ciò che è possibile, tipo "lei risponde a monosillabi, lei è gelido, lei è insopportabile, io non posso stare a parlare da solo, lei mi sembra che si stia facendo i cavoli suoi, io sto malissimo e lei non fa nulla, lei mi pare sia un incompetente, ma si rende conto che io ho voglia di farla finita, ecc" tutto, insomma.

O la va o la spacca, metterlo fra l'uscio e il muro, se risponde in modo convincente bene, altrimenti sciò, umpf.

Io so che molti analisti non aspettano altro che materiale utile su cui lavorare, non so esattamente cosa intendano ma è così, indicazioni, le chiamano.

D'altro canto, per fare questo tipo di lavoro, ci vogliono delle risorse, bisogna essere combattivi, e se si è depressi sono convinta che non si abbia tanta voglia di lottare contro i mulini a vento. O l'analista ti fa incavolare talmente che ti tira fuori rabbia, lamentele, reazioni e quant'altro,o rimani passivo e obbediente di fronte al malessere.

Ci può essere senso di abbandono, te mi abbandoni, non ci sei, ti vedo assente, è lì che l'analista deve essere pronto a farti associare,magari con i sogni, se riesce a capire come ti senti e dove stai precipitando, è facile che il dolore sia gestibile, se invece facesse il baccalà non so.

Oppure, sempre porto la mia esperienza, vi può essere un rapporto ambivalente, da una parte ti odio dall'altra no, per cui sono comunque attratta, vi sono un miliardo di cose, ma vanno dette in un dialogo a due, l'analista che si sottrae a questo, non ce lo vedo insomma :)

magari non era tanto matura? :mrgreen:

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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da Farfallo » 8 dicembre 2012, 21:07

A dire il vero, per molti anni ho pensato che la mia analisi abbia avuto un perché.
Credo sia servita. L'esperienza delle cose ha sempre una propria intrinseca ragione.

Il fallo della psicanalista è stato nel non parlare chiaro quando serviva. Se rischi di buttarti sotto un treno, l'associazione di idee non costituisce alcun impedimento a che tu lo faccia.

Detto questo , entro nel vivo. Mi sembra che la vita in genere sia composta da tanti SI interiori e tanti NO. I NO, anche impliciti, anche sottintesi, arrestano il flusso della vita e la rendono auto-conflittuale.
Gli infiniti "SI" proferito dalla mia psicanalista non erano poca cosa. Equivalevano a una persona che ascoltava qualsiasi mio pensiero, senza far distinzioni tra "positivo" e "negativo". Tutti i miei contenuti erano sempre accettati, quali che fossero.
Il "SI" della psicanalista non era una specie di benedizione, o di approvazione, ma il modo più semplice di accogliere il flusso dei imiei pensieri in modo che questo fosse non interrotto da un qualsiasi NO (morale, intelletuale, ecc)

Ciao.
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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da francesca » 8 dicembre 2012, 23:07

m, I no non arrestano la vita interiore, secondo me, c'è l'accettare una sconfitta e riprovare, senza dire mai è finita.

Sei sicuro che dicesse solo sì? che ci stava a fare, le avrei chiesto? :wink:

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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da Farfallo » 9 dicembre 2012, 17:58

Mi spiego meglio, Francesca: il SI della psicanalista non seguiva la mia frase, ma la precedeva. I suoi erano dei SI interrogativi ("si?). Costituivano un invito a parlare e allo stesso tempo la premessa che quanto dirò sarà accettato.
Credo che ciò faccia conseguire una altro fatto: se tutto quel che dico, qualsiasi cosa mi venga in mente viene accettata, allora sono accettato anch'io completamente da un'altra persona.
La quale avrà pure le proprie facoltà di giudizio razionali, politiche, religiose, morali, ma dal punto di vista professionale dovrà deporre le proprie convinzioni.
Non credo infatti che lo psicanalista si opponga ai contenuti distruttivi o auto-distruttivi. Se fosse così l'analisi diventerebbe una battaglia.

Penso che l'analisi li possa trasformare.
Penso anche che allora (20 anni fa!) non conoscevo abbastanza me stesso e la vita per essere in condizioni di fare analisi. Oggi forse...

Ciao F. by FF.
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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da francesca » 9 dicembre 2012, 21:28

ma, non saprei, farfallo, ti posso dire che quando mi è capitato di alludere al suicidio, il mio analista ha sempre detto cose del tipo "ora la cavolata l'ha detta", "ma per favoreee" cose così, normali, naturali, che avrebbe detto chiunque.

Insomma, dissente, poi si può dissentire in vari modi, ovviamente non ci importa in quel contesto discutere di politica o di religione, se parlo di me parlo di me, sulle convinzioni morali prenderà atto, se dico invece cose pericolose, tipo domani vado ad ammazzare Tizio sicuramente, la sua la dice, sarebbe un prete se non lo facesse. Sono i preti che raccolgono le confessioni e rimandano tutto alla Provvidenza, l'analista è combattivo, eccome.

il sì detto in forma interrogativa vuol dire forse ci sono, ti ascolto, anche quello lo dice chiunque, quando viene chiamato.
Poi mi viene a mente che ci sono tanti tipi d analisti, ce n'è uno che conosco che mi ha detto che le sue sedute sono vivaci, sono una partita di ping pong, botta e risposta, sono improntate al dialogo assiduo, dipenderà anche dal carattere, c'è chi ascolta e si concentra e sta più zitto, come nella vita, e risponde dopo, chi preferisce pensare e dopo trarre le conclusioni e fare un lungo discorso, siamo molto diversi, e anche il tipo di paziente cercherà cose diverse, un giorno avrà il giramento e si sfoga, un giorno parla di una cosa e poi sfocia in un'altra, ci siamo introversi, ci siamo coll'eloquio, ci siamo ansiosi,o razionali, a volte vengono a mente le citazioni colte, altre volte all'analista viene a mente l'aneddoto tale da raccontare che c'incastra con quel che si stava dicendo, e bla bla :)

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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da Farfallo » 11 dicembre 2012, 11:19

Ciao,

parto dalla fine. Tu descrivi tipi di analisi molto diversi da quella che ho fatto io a suo tempo. La mia psic. era una freudiana ortodossa e quindi non si discuteva apertamente. Poi ho saputo che l'analisi oggi si fa in modo diverso, contaminato da altre metodologie.

Quanto al fatto che riferisci rispetto alla manifestazione al tuo psicanalista di idee suicide, penso due cose:
la prima è che lui ti abbia risposto in modo iin fondo banale, perché credo che quando affiora l'idea suicida, la psicanalisi semplicemente non abbia i mezzi per risolvere la questione, che esige invece un trattamento psichiatrico, occorre l'aiuto dei farmaci. Se ci lavora lo psicanalista, è come se volesse misurare la botte col metro. La psicanalisi è certamente un lavoro di lungo, se non lunghissimo periodo, ma se si verificano fatti speciali, occorrono mezzi speciali, pronti e dall'effetto immediato. Non si possono aspettare mesi o anni.

Circa la banalità della sua risposta, come se la discesse chiunque, il tuo psicanalista non è "chiunque", dato che ha una fortissima influenza su di te.

In generale io credo che bisogna stare abbastanza bene per sostenere la psicanalisi. Allora si può stare meglio. Ma se ci sono situazioni acute, va considerara l'ipotesi di una sospensione, fino a che non torni un minimo di benessere.

E in generale credo che non debba essere lo spicanalista a valutare la possibilità di una terapia psichiatrica, ma è lo psichiatra che viene prima e valuta se il paziente è in grado o meno di sostenere un lavoro psicologico.
Se una persona è ad esempio in una fase depressiva acuta, non fa bene lo scavo psicologico e la fatica del riesame del vissuto. Capisci che sarebbe un peso eccessivo? Se al continuo rimuginare tipico della depressione aggiungiamo un carico di analisi psicologica, facciamo peggio.
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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da francesca » 11 dicembre 2012, 15:35

sì, sì, è vero, anche secondo me,lo scavo psicologico a un depresso peggiora la situazione, perchè già scava per conto suo, anche un ansioso, guarda, i farmaci non fanno che inibire parte dell'intensa attività cerebrale, ho letto, quindi torna.

A meno che uno non vada all'inizio tutti i giorni, potrebbe essere, uno che se lo può permettere naturalmente, magari se lo potessero permettere tutti economicamente, va tutti i giorni un'ora al giorno, l'analista lo sostiene, poi dirada, ma poi.

Credo che inizialmente un analista dovrebbe ridurre il suo compenso in modo da permettere a tutti di accedere alla sua prestazione, oppure avere analisti al servizio Asl, proprio per chi ha bisogno di una presenza assidua.

Io non credo che ci sia molta differenza per il paziente, se va da uno psicologo, da uno psichiatra o da chiunque altro, però credo che quando uno sta male ha bisogno di un punto di riferimento costante e assiduo per parlare,è difficile averlo, però sono convinta che siamo depressi spesso perchè non abbiamo avuto figure genitoriali rassicuranti nell'infanzia, e non siamo quindi buoni tutori di noi stessi nella vita adulta.

I farmaci prescritti dallo psichiatra alleviano sicuramente, perchè agiscono sui recettori chimici, bloccano alcune fonti del dolore e dell'ansia, e consentono di avere le energie sufficienti per mettersi in contatto e comunicare con quella specie di sostituto del genitore che è uno psicologo.

Quanto a freudiano, sì, va beh, può fare il freudiano quanto vuole, il neutro, il gelido, il distaccato, se il paziente resta indifferente, non funzionerà, funziona proprio se ci dà fastidio il distacco!, vuol dire che la lingua batte dove il dente duole.

Laddove non c'è problema, il comportamento altrui lascia completamente indifferenti, non smuove nulla, questo lo puoi verificare tutti i giorni, che ti frega se uno per dire ti spintona alla fermata del tram, cavoli suoi, no? 7

Così per le sedute, ma in seduta di solito ci importa di tutto, se sta zitto, se respira, se dorme, se russa, se fa così se fa cosà, non è che una proiezione amplificata dei nostri problemi, l'analista si ingigantisce a dismisura in tutto ciò che fa o dice, nella misura in cui noi siamo dipendenti.

Liberarsi da questa dipendenza, da lui o dagli altri, è fondamentale, l'obiettivo è quello, dobbiamo liberarci del sintomo che ci ha portato lì :) E allora che sia freudiano o lacaniano o junghiano o qualsivoglia, psichiatra, terapeuta, santone, guru, donna, uomo, trans, non lo vedremo neanche:))

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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da francesca » 11 dicembre 2012, 16:16

Il lavora dell'analista si fonda secondo me sull'instaurarsi del transfert, di profonde emozioni che si rifanno alla propria infanzia, quando eravamo inconsapevoli e quando sono nati, per nostra sensibilità, per indole, per carattere, per il modo di funzionare peculiare della nostra mente, i problemi.

Se riesce a ricreare un rapporto che ricalchi quelle emozioni antiche, bene, se invece non instaura nessun tipo di comunicazione ed emozione, vuoi perchè il paziente è chiuso, vuoi perchè l'analista è incapace, vuoi perchè il paziente è TROPPO PROFONDO, E HA GIA' PENSATO TROPPO E TUTTO, e quindi come genitore l'analista ai suoi occhi non vale un fico secco, l'analisi finisce, e non è detto che sia un fallimento, significa che il paziente è oltre, ha trovato altre soluzioni, ecco.

Cavolo, che filippica :mrgreen:

Bastaaa, eheheh :D

Mi dissero una volta degli psicologi, ci sono menti nelle quali non si può entrare, cioè non permettono di creare contatto,e lì sono degli impotenti, perchè come si fa ad aiutare qualcuno che non si fa avvicinare a livello emotivo, affettivo? Il bambino si fa guidare se sente che la mamma è vicina, è sua amica, se si fida, se ne vede il sorriso, l'amore, altrimenti si chiude, e così per noi adulti :wink:

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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da Farfallo » 12 dicembre 2012, 13:15

Ciao F.

dici analista-ASL? Imposibile, perché il SSN non riconosce la psicanalisi come metodologia. Anche perché non è una psico-terapia; è analisi, non terapia. Non cura le malattie.

Uno può dire: vabbé ma la ASL non può riconoscere la psicanalisi perché sarebbe un lusso che non si può permettere.
Non è per questo.
Infatti, anche a prescindere dalla sanità pubblica. lo Stato non accetta come deducibile dal reddito le spese per la psicanalisi (sempre sperando che rilascino ricevuta!).

L'obiettivo dell'analisi è di rafforzare l'Ego, rispetto all' Es e al SuperIo. Se così fosse sarebbe come pensare che un uomo si possa ristrutturare, come si fa per un palazzo. Questo dovrebbe restituire benessere.
Ma è vero? Si può davvero fare?
E poi la struttura dell'uomo è realmente suddivisibile in quelle tre categorie ben definite? Tutto si riduce a uno schema così semplice?
Ma come può uno studioso aver capito completamente tutto l'animo umano?

La cosa che sempre mi domando, gli studi freudiani su quali campioni umani sono stati condotti? Hanno mai avuto un carattere epidemiologico? Quali sono i numeri di Freud?
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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da francesca » 12 dicembre 2012, 15:01

Ci sono tantissimi studi sulla psicoanalisi, ma anche per tutte le altre terapie è uguale,non sono dimostrabili, solo chi parla di sintomi spariti qualcosa può dimostrare, fa la parte dello psicofarmaco. poi però i sintomi ritornano, appena lo smetti.

E' sempre vero tutto e il contrario di tutto, quindi è inutile mettersi a periziare Freud, a parte che ormai ci sono cento anni nel mezzo, e la gente continua a credere nella terapia della parola, le altre terapie che si spacciano per scientifiche derivano dalla " psicologia" che si è voluta attribuire uno status di scienza, ma arbitrariamente, è tutta discutibile.
tutte le terapie di oggi, comprese quelle che denigrano la psicoanalisi, ne scopiazzano il concetto, sono brutte copie dell'originale, in effetti.
uno psichiatra che fa terapia è uno che ha preso a prestito Freud,l'ha abbracciato, sarebbe più coerente dicesse non faccio terapia della parola, visto che la psicoterapia come metodo, l'ha inventata Sigmund.

Rinnegare il maestro equivarrebbe per i medici a rinnegare Ippocrate e dire che era un'incompetente. :D

Ad ogni modo,almeno Freud diceva che era una pratica, un metodo, era più chiaro degli psicologi, era un medico che applicava la parola invece dell'elettroshock, ci corre, mi pare.
Dire che è una metodologia, rispetto a dire è una cura e fa sparire il male, è più onesto.

Oggi vi sono molte branche dell'analisi, ad esempio l'interessantissima e moderna bioenergetica, che si fonda sul rapporto mente.soma e prende spunto da Reich, allievo di Freud.

http://www.psicoumanitas.com/orientamen ... nergetica/


Con i farmaci e basta, secondo me risolvi qualcosa, una parte.
Con una terapia di ascolto e dialogo, che tutti hanno copiato da Freud, è il maestro, il capostipite, insieme a Jung, integri l'aiuto farmacologico.
Con l'analisi vai fino in fondo, non ti importano più i comportamenti o il benessere immediato, ti importa capire come sei, non fartelo dire da altri, dirtelo da solo.

e' per questo che a volte si va in depressione, perchè abbiamo delle fantasie che non accettiamo, scopriamo che ci si sente in colpa dei nostri pensieri stessi, se uno non ci ha mai fatto caso a che pensa non è mica facile accettare che abbiamo tante facce.
però pensarci aiuta a non mettere in atto, un conto è se ti dicono fai così, un conto è se ti rendi conto da solo e scegli di non fare,un conto è se sei sereno perchè prendi qualcosa, e un altro se sei sereno dentro, veramente.

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Re: La mia esperienza con la psicanalisi

Messaggio da Farfallo » 14 dicembre 2012, 22:22

Benché io conosca Freud per sommi capi, posso dire che alla sua epoca c'erano troppe cose importanti che non si conoscevano.
Semplicemente non si sapeva come fosse fatto il cervello.

Alcune certezze le abbiamo. Per esempio sono (e siamo) certi che lo stress induce depressione in soggetti predisposti.
Può variare la misura dell'evento stressogeno, ma in genere è questo a indurre depressione.

Ma Freud non conosceva il concetto di stress.
Il Nostro scrisse "lutto e depressione", motivandola come senso di perdita, reale o immaginaria. Ma credo sia giusto una sua ipotesi.
La perdite generano stress, è vero: un divorzio, un trasferimento, la perdita del lavoro, possono essere in certo senso dei "lutti".
Ma anche gli acquisti possono generare stress: un matrimonio, la nascita di un bebè, molte occasioni mondane, il successo professionale. Sono cose che possono dare inizio a fasi depressive.

Sappiamo infatti che esiste una depressione "post partum". In cosa consisterebbe il lutto freudiano?

Ciao F.
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