COSA SIGNIFICA PER ME IL SUICIDIO

La depressione si sta sempre più diffondendo nella popolazione di tutte le fasce di età, dai bambini fino agli anziani. È il male oscuro da cui scappare o un messaggio da ascoltare e comprendere?

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Sergio67
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Messaggio da Sergio67 » 29 novembre 2009, 0:42

E' da un po' che volevo scrivere la mia sull'argomento, ma ogni volta che penso di iniziare mi sembra di non avere le parole. Solo che se aspetto che trovo le parole finisce che non scrivo più. Quindi...

per cominciare vorrei dire che non sono per niente d'accordo con l'incipit del discorso.
Il suicidio E' una soluzione. Di sicuro per chi lo fa.
Non è LA soluzione. Nel senso che esistono molte soluzioni possibili.

Il suicidio è liberazione. E' smettere una volta per tutte di soffrire (e non mi parlate di inferno o paradiso, che io non ci credo). E' uno dei modi possibili per rompere quella spirale che ti riporta sempre al punto di partenza, ma un po' più in basso.

Mi viene in mente il testo di una canzone di Bobby Gaylor dal titolo "Suicide". (Una traduzione in italiano l'ho trovata su http://www.metaforum.it/archivio/2004/i ... t5016.html). Secondo me chi l'ha scritta non ha la minima idea di cosa sighifichi "suicidio". Perchè fa un bell'elenco di tutte le cose belle della vita che ti perdi se ti togli la vita.
Ma se io voglio suicidarmi è proprio perché tutte quelle belle cose per me non hanno nessun significato. Nessuno.

Perchè sento forte dentro di me qualcosa che mi dice "è tutto inutile". Voi, voi che trovate bella la vita, siete voi che non capite, che non capite la profonda inutilità di tutto questo. Correte dietro delle illusioni, dei piaceri momentanei, ma in fondo, dove arrivate?

Quando dentro senti il vuoto, la domanda non è "perchè suicidarsi", ma "perche non dovrei suicidarmi?"
Durante uno dei primi incontri con la prima psicologa che ho visto avevo immaginato di chiederle almeno un motivo per cui non avrei dovuto farlo, scommettendo con me stesso che non sarebbe riuscita a trovare neanche uno.
La famiglia? Non basta.
I figli? Non basta.
La vita è bella? Forse la tua.
C'è speranza! Davvero? Non credo.
Ma alla fine non ne abbiamo parlato, ed è rimasta un ipotesi di dialogo.

Solo che nella mia mente ho accuratamente evitato l'affermazione più importante: "il suicidio è un errore"!
E quando dentro ti senti sbagliato, quando senti che la tua vita è tutta un errore, come puoi pensare che la tua morte possa essere diversa? Questo è uno dei pensieri che più mi ha frenato nel pensare al suicidio, che MI STAVO SBAGLIANDO.

C'è un altra cosa da dire del suicidio: puoi sempre rimandarlo a domani, tenertelo come soluzione di scorta, l'ultima spiaggia. Anche perchè dopo è difficile ripensarci.

Esiste la possibiltà di superare la sofferenza attraverso la vita, attraverso l'introspezione. Ma è una strada impegnativa, lenta e dolorosa, che a volte sembra non finire mai. Eppure è una strada che può essere ricca di gioia e serenità.
Il suicidio è l'altra faccia della medaglia, è la scorciatoia verso la fine della sofferenza. E rapido e potente. E' un unico grande passo. Nella direzione sbagliata.

Ecco, il suicidio è "il lato oscuro della Forza".
Puoi sentirti perso, ma non potrai mai perdere te stesso.

Facilitatore gruppo AMA "Sbilànciati!" su AMAEleusi (cercateci)

Guida Autorizzata Pagine Blu (ma non sono psicologo)

Albertine
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Messaggio da Albertine » 29 novembre 2009, 23:39

per me la vita, e quindi anche la morte, è una scelta, e come tale è difficile stabilire universalmente se sia "giusta" o "sbagliata". Quel che è certo è che il suicidio è forse l'unica decisione da cui non si può più tornare indietro.

Per me che non sono credente se scegli di morire, muori: ed è finita.

Tante volte ci ho pensato, in situazioni ed età differenti, e le sensazioni sono state varie.

Da bambina/ragazzina il suicidio lo vedevo come un grido d'aiuto, un modo di esternare il mio dolore, in modo che qualcuno se ne accorgesse e se ne potesse occupare. Fantasticavo anche su un possibile "tentato" suicidio, che portasse i miei genitori a vedere quanto soffrissi... ed a cambiare.

Nell'adolescenza ho avuto un periodo di profonda depressione, in cui faticavo a fare qualsiasi cosa, anche ad alzarmi dal letto. Il suicidio ssarebbe stato l'unica soluzione che mi avrebbe permesso di assecondare quella pesantezza, e di non uscire e affrontare il mondo.

Adesso la depressione è rimasta, ma non è più così totalizzante. Pensare alla morte, in certi momenti bui, è quasi consolatorio. Nel senso che mi capita di dire: ok, sto soffrendo, ma proverò a vivere... e se non ce la faccio posso sempre morire!
Forse è un po' dark come soluzione, ma in questo modo ho la sensazione di scegliere la vita giorno dopo giorno, e non di subirla.

Ho sofferto tanto, a volte mi guardo indietro e vedo che gigantesca confusione è stata la mia vita... e anche adesso mi sento sempre come appesa ad un filo. Penso che sia troppo, che non sempre si abbiano i mezzi e l'aiuto necessario per sopportarlo: sono d'accordo con Sergio, ci sono momenti in cui il dolore è così forte da non farti neppure intravedere le cose belle che può offrire la vita.

Il suicidio lo comprendo, non lo considero una leggerezza né una stupidaggine, piuttosto un atto estremo di profonda disperazione.

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Messaggio da Dr.ssa Aronica » 1 dicembre 2009, 0:27

Buona sera Aikiko,
può spiegare meglio come mai per lei la felicità è colelgata al suicidio?
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Aikiko
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Messaggio da Aikiko » 1 dicembre 2009, 20:13

dr.ssa Aronica ha scritto:Buona sera Aikiko,
può spiegare meglio come mai per lei la felicità è colelgata al suicidio?
Diciamo che è un collegamento basato sull'esperienza.
Quando sto male e sono disperata penso si che la morte sia l'unica soluzione però c'è una parte di me che vorrebbe degli "spettatori". Il mio desiderio di morire è forse più una richiesta di aiuto, un modo per far vedere agli altri che esisto e che sto male.
Quando mi sento felice l'idea della morte entra da qualche altra porta, è come se una parte di me mi dicesse che tanto non cambierà niente, che quell'attimo che sto vivento è, appunto, solo un attimo e che tutto tornerà presto come prima e allora tanto vale morire.
E' un po' come se mi fosse più difficile gestire la felicità piuttosto che il dolore.

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Messaggio da sincerità » 9 dicembre 2009, 1:16

Aikiko ha scritto: Il mio desiderio di morire è forse più una richiesta di aiuto, un modo per far vedere agli altri che esisto e che sto male.
Riguardo a questa posizione (credo abbastanza comune) si può introdurre una ipotesi: nella nostra nuova era, piena di strumenti d'informazione, siamo bombardati da notizie dolorose fino all'assuefamento. Purtroppo, in queste condizioni la sensibilità degli "spettatori" si perde e quindi affrontare la sofferenza con tale espressione (il suicidio) non smuoverebbe molto.

Mentre scrivo mi rendo conto di trattare a mia volta in maniera apparentemente cinica la questione. Cercherò di spiegarmi meglio che posso: in alcune culture il suicidio era una forma estrema di comunicazione (harakiri), ma ora tutto ciò non può avere senso e, cmq, è meglio tentare altre vie di dialogo con la sordità del mondo esterno.

Rimarebbe, quindi, solo il motivo di porre termine alla sofferenza (antitesi della felicità da questa richiamata come risvolto della medaglia), ma siamo sicuri di questo esito?

Anche da atea, non so se metterei la mano sul fuoco sull'inesistenza di una sofferenza anche dopo la morte, a giudicare da quella che c'è in vita :roll:

Io preferisco un uovo oggi (quel po' di luce che mi può fornire la vita), alla gallina domani (la pace che dovrebbe dare il buio della morte), però, contestualmente a questa mia banalità, mi scuso se non ho ben avvicinato il tema delicato. :oops:
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Messaggio da Dr.ssa Aronica » 10 dicembre 2009, 11:03

sincerità ha scritto: però, contestualmente a questa mia banalità, mi scuso se non ho ben avvicinato il tema delicato. :oops:
Bongiorno a tutti. Riferendomi a quanto citato sopra, penso che nessuna cosa che una persona scrive o dice sia una banalità, e se lo sembra, rifletendoci sopra c'è sempre qualcosa da scoprire.
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Messaggio da f » 10 dicembre 2009, 16:43

sincerità ha scritto: Rimarebbe, quindi, solo il motivo di porre termine alla sofferenza[...]ma siamo sicuri di questo esito?
Anche da atea, non so se metterei la mano sul fuoco sull'inesistenza di una sofferenza anche dopo la morte, a giudicare da quella che c'è in vita
In questo senso la tragedia greca ci dà una lezione secondo me molto moderna:
mentre le religioni promettono una vita serena dopo la morte per consolarci dalle sofferenze terrene, i greci tramite la catarsi (e le lacrime) proponevano che l’uomo si pacificasse con sé stesso, accettando le sue sofferenze, fragilità e debolezze.
Boh, io lo trovo un concetto modernissimo...

(Nel 1640 Monteverdi musicò un testo nel quale uno dei personaggi è l’ umana fragilità, che dice:
<<Mortal cosa son io,
fattura umana,
tutto, tutto mi turba
un soffio sol m'abbatte,
il tempo, che mi crea,
quel, quel mi combatte.>>)

Secondo me la fragilità umana c’entra qualcosa col suicidio
(spero proprio di non essere andata fuori tema...)

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Messaggio da sincerità » 11 dicembre 2009, 0:58

Importante personificare la
"umana fragilità"

E sì, bravissimi i greci ad accoglierla.
E come antidoto: "se non puoi scinfiggerla, fattela amica!"

Siamo in tema, siamo in tema, almeno a giudicare da quanta impressione fà guardare dentro questi concetti.
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Personificazioni

Messaggio da Dr.ssa Aronica » 11 dicembre 2009, 10:47

Buongiorno f, ci può far sapere chi ha scritto il testo musicato da Monteverdi, come si chiama il personaggio e da quale sua opera è tratto?
Credo sia molto utile psicologicamente personificare i nostri sentimenti e le nostre emozioni, così ci possiamo meglio confrontare con essi.
Ecco un'altra proposta, se volete: che animale o personaggio usereste per descrivervi nei tragici momenti di debolezza, quando pensate al suicidio?
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Messaggio da sincerità » 11 dicembre 2009, 19:20

nei tragici momenti di debolezza... io lupo
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Lupo

Messaggio da Dr.ssa Aronica » 14 dicembre 2009, 13:21

Buongiorno Sincerità, può spiegarci meglio il perché del lupo?
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Messaggio da sincerità » 14 dicembre 2009, 13:47

Molto volentieri! I miei pensieri non li ricordo vicini al suicidio vero e proprio, comunque ritengo di essere stata più volte colta da altro tipo di autoannientamento che neppure io ho ben capito :oops: , dunque val la pena provare.... :D

Riguardo al lupo la prima preferenza è stata istintiva. Credo che questo animale mi sia vicino per gli occhi. Il lupo è un essere ambiguo. Rappresenta sia il male che il bene. Sia la solitudine che il branco. Dei momenti di debolezza può essere simbolo per la sua veste notturna e per quella strana aggressività che lo contraddistingue. Io penso che in ognuno di noi ci sia un lupo interiore. Qualcosa di misterioso e non sempre controllabile che può arrivare a sbranare. Forse nel suicidio quel lupo sfoga la sua forza contro se stesso. Nel lupo poi c'è qualcosa di ancora più intenso del pianto: quel suo ululare! Quando sono negativa il lupo è quell'animale che si può immaginare come emanciato, ferito, in fuga, nascosto per boschie montagne. Mi fa piacere, però, ora, pensare che sia anche stato utilizzato come simbolo di maternità e, soprattutto, di libertà.
Fu Verità!

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Grazie! + per tutti: positivo/negativo

Messaggio da Dr.ssa Aronica » 14 dicembre 2009, 23:08

Sincerità, grazie per essersi spiegata, a noi e a se stessa.
Per tutti: è sempre salutare per la nostra psiche imparare a cercare, contattatare e com-prendere le valenze positive e negative sia degli avvenimenti che ci coinvolgono sia dei nostri aspetti interiori.
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Re: Personificazioni

Messaggio da f » 16 dicembre 2009, 23:43

dr.ssa Aronica ha scritto:ci può far sapere chi ha scritto il testo musicato da Monteverdi, come si chiama il personaggio e da quale sua opera è tratto?
Salve, certamente.
L'opera si chiama Il ritorno d'Ulisse in patria - Tragedia di lieto fine in un prologo e tre atti su libretto di Giacomo Badoaro.

Il personaggio, che compare per primo nel prologo, si chiama proprio Humana Fragilità, e si contrappone ad altri tre personaggi: Tempo, Fortuna e Amore.

Alla fine del prologo, queste 3 personificazioni ci spiegano i loro effetti sull'uomo, che quindi è:
fragile (a causa del tempo che scorre veloce), misero (per gli scherzi della sconclusionata fortuna) e torbido (a causa dell'amore che colpisce ciecamente).

L'Humana Fragilità dirà infine:
<<Misera, son ben io,
fattura umana,
creder a ciechi e zoppi
è cosa vana.>>

Poi l'opera continua, seguendo fedelmente le vicende dell'Odissea (libri XIII-XXIII) e i suoi personaggi (Ulisse, Penelope, etc)

Dr.ssa Aronica
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Messaggio da Dr.ssa Aronica » 21 dicembre 2009, 0:38

Purtroppo molti di noi occidentali crediamo ciecamente al mito della felicità, bellezza, salute ricchezza come diritti.
Dr.ssa Alessandra Aronica, psicologa e psicoterapeuta, moderatrice di questo forum

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