Pagare l'analisi

Che cosa ci induce a soffrire piu' di quanto potremmo? Fragile autostima, depressione, insopprimibili sensi di colpa, disamore di sé, sfiducia nel proprio valore e nelle proprie capacità, frustrazione, rabbia, impotenza, senso di inadeguatezza, senso di vuoto; dipendenza e dedizione a legami funesti, dominio e sottomissione. Spesso questi disturbi si manifestano attraverso sintomi e malattie fisiche di stress quali: insonnia, cefalea, ansia, disturbi gastro-intestinali, respiratori, tensione muscolari, disfunzioni sessuali… Altre volte possono complicarci notevolmente l’esistenza, inquinando le varie sfere di vita. Tutto è più complicato, faticoso o doloroso: il lavoro, le relazioni d’amore e d’amicizia, la sessualità.

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Lala
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Messaggio da Lala » 19 novembre 2006, 21:41

Io non ce lo vedo il discorso simbolico.Forse non ho afferrato bene quello che dici

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ilaria
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Messaggio da ilaria » 19 novembre 2006, 21:43

Lala ha scritto:secondo voi perché ci sono tanti pregiudizi?
ma ci sono davvero tutti questi pregiudizi?


Poi se c'è un pregiudizio di un tipo esiste anche quello di segno contrario: ovvero la gente che va in analisi si sente bollata ma c'è anche chi sbandiera ai quattro venti che va dall' analista perchè è una moda.
Secondo me non sono troppo affidabili nè l'una nè l'altra visione:sono rappresentazioni diffuse entrambe che lasciano il tempo che trovano.
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ilaria
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Messaggio da ilaria » 19 novembre 2006, 21:46

Lala ha scritto:Io non ce lo vedo il discorso simbolico.Forse non ho afferrato bene quello che dici
E' facile che sia io a non spiegarmi perchè non ho le idee molto chiare, me le sto chiarendo qui chiacchierando con voi.
Mi chiarisco gli orizzonti e poi ci ritorno sopra.
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Giulia
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Messaggio da Giulia » 20 novembre 2006, 2:58

Pucky ha scritto:a volte mi dà fastidio pagare la mia psicoterapeuta, perchè in certi momenti si entra talmente nell'intimità che poi il pagare è come se rendesse tutto così freddo...però intanto è giusto che sia così,soprattutto se si tratta di "visite private"...per il momento poichè non ho un lavoro e studio ancora i miei pagano le sedute,ma vorrei potermele pagare io perchè le sedute sono mie e la mia famiglia non voglio che rientri in qsta mia vita psicanalistica...
Io per il breve periodo che sono stata in psicoterapia (a causa di forte stress per la tesi e forte ansia da prestazione lavorativa) devo dire che mi sono trovata benissimo. Sono stata fortunata. La terapeuta (privata) non ha mai preteso il pagamento delle sedute di volta in volta ma solo alla fine, a terapia ultimata.
Questo suo comportamento quindi mi ha messo profondamente a mio agio e ha fatto si che si instaurasse fin da subito una relazione di fiducia e allo stesso tempo anche una voglia di lavorare insieme per migliorare gli aspetti mi portavano sofferenza.

Non so se questa era una sua prassi o lo facesse solo con le persone che le ispiravano particolarmente fiducia, fatto sta che di fatto ero giunta da lei tramite una catena di conoscentze comuni e quindi anche se avessi voluto scappare a fine terapia, mi avrebbe scovato subito :wink:


Concludendo comunque capisco perfettamente ciò che dice Pucky, una volta (il tutto si riferisce ormai a parecchi mesi fa) confrontandomi con una conoscente durante una pausa pranzo lei mi raccontò come ogni volta si sentisse male a fine seduta e come per lei il dover pagare la dottoressa fosse diventato un pensiero "ossessivo" quello di al tal punto che dovette incaricare il suo fidanzato a esegiure il pagamento stesso. Una sorta di intermediario, in modo che non dovesse essere fisicamente lei a porgere i soldi alla terapeuta e che la sottraesse quindi dal pensiero ossessivo e dannoso al proseguo della terapia stessa. Come poi sia andata a finire la questione non lo, non abbiamo più toccato l'argomento e io per rispetto della sua privacy ho evitato di domandarglielo.

Insomma il discorso soldi/terapia è molto delicato e per nulla facile da afforntare.

Ho trovato questo link che potrebbe essere utile:
http://209.85.135.104/search?q=cache:uP ... mplate.asp



ciao ciao

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ilaria
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Messaggio da ilaria » 20 novembre 2006, 16:06

Giulia ha scritto:
Pucky ha scritto:a volte mi dà fastidio pagare la mia psicoterapeuta, perchè in certi momenti si entra talmente nell'intimità che poi il pagare è come se rendesse tutto così freddo...però intanto è giusto che sia così,soprattutto se si tratta di "visite private"...per il momento poichè non ho un lavoro e studio ancora i miei pagano le sedute,ma vorrei potermele pagare io perchè le sedute sono mie e la mia famiglia non voglio che rientri in qsta mia vita psicanalistica...
Io per il breve periodo che sono stata in psicoterapia (a causa di forte stress per la tesi e forte ansia da prestazione lavorativa) devo dire che mi sono trovata benissimo. Sono stata fortunata. La terapeuta (privata) non ha mai preteso il pagamento delle sedute di volta in volta ma solo alla fine, a terapia ultimata.
Questo suo comportamento quindi mi ha messo profondamente a mio agio e ha fatto si che si instaurasse fin da subito una relazione di fiducia e allo stesso tempo anche una voglia di lavorare insieme per migliorare gli aspetti mi portavano sofferenza.

Non so se questa era una sua prassi o lo facesse solo con le persone che le ispiravano particolarmente fiducia, fatto sta che di fatto ero giunta da lei tramite una catena di conoscentze comuni e quindi anche se avessi voluto scappare a fine terapia, mi avrebbe scovato subito
:wink:
Concludendo comunque capisco perfettamente ciò che dice Pucky, una volta (il tutto si riferisce ormai a parecchi mesi fa) confrontandomi con una conoscente durante una pausa pranzo lei mi raccontò come ogni volta si sentisse male a fine seduta e come per lei il dover pagare la dottoressa fosse diventato un pensiero "ossessivo" quello di al tal punto che dovette incaricare il suo fidanzato a esegiure il pagamento stesso. Una sorta di intermediario, in modo che non dovesse essere fisicamente lei a porgere i soldi alla terapeuta e che la sottraesse quindi dal pensiero ossessivo e dannoso al proseguo della terapia stessa. Come poi sia andata a finire la questione non lo, non abbiamo più toccato l'argomento e io per rispetto della sua privacy ho evitato di domandarglielo.

Insomma il discorso soldi/terapia è molto delicato e per nulla facile da afforntare.

Ho trovato questo link che potrebbe essere utile:
http://209.85.135.104/search?q=cache:uP ... mplate.asp



ciao ciao



ll link è molto interessante e chiama in causa la faccenda della frequenza delle sedute. Quello che mi piace è che viene detto che il terapeuta può accordarsi con il paziente e assecondare il suo bisogno (anche se è un bisogno che deriva da resistenze): quindi potrebbe decidere lui la frequenza dei colloqui.Il rispetto del paziente ha molti possibili risvolti.Interessante.
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Pucky
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Messaggio da Pucky » 20 novembre 2006, 18:37

per me non è proprio un'ossessione dover pagare, però a volte la sensazione è un pò strana... è come paarlare con un'amica e poi l'amica ti chiede di pagarla...probailmente l'idea di non pagare volta per volta è buona, e anche la mia psicoterapeuta adotta qsto sistema...

credo che ci siano pregiudizi perchè molte persone hanno paura di mettersi in discussione hanno paura di confrontarsi con se stessi e magari scoprire che dietro ceerti atteggiamenti c'è un lato oscuro...

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ilaria
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Messaggio da ilaria » 20 novembre 2006, 19:57

SUL VALORE SIMBOLICO DEL DANARO E DEL SUO IMPIEGO IN ANALISI

(E' una bella sleppa di roba: ma chi non ha voglia di leggere tutto può saltare al punto evidenzato in neretto che interessa più da vicino quanto si sta dicendo qui)


Il rapporto con il denaro non è vissuto da tutti nella medesima maniera e spesso, proprio il modo quotidiano con cui ci relazioniamo a questo "scambiatore universale", evidenzia aspetti particolari del rapporto intimo che ciascuno ha con la vita stessa.
C'è chi si sente costantemente "a credito", vittima di un errore originario nella spartizione delle risorse, cui cerca di rimediare "arraffando" come può, pena il "sentirsi fregati".

C'è chi si sente "in colpa" per i dolori del mondo e quindi costantemente in "debito" verso qualcuno, in una sorta di impotenza costante ed insanabile; questo atteggiamento, può nascondere la paura di investire a pieno i propri talenti, indulgendo in un "trattenere" vile che spaccia codardia per virtù.
C'è poi chi condensa attorno al rapporto col danaro i propri vissuti di inadeguatezza, dando vita a fantasmi persecutori, fino a vivere come si trovasse in una precarietà ansiogena, spesso sproporzionata rispetto alla realtà , nel timore costante di "non farcela", che rivela il giudizio severo di un Super-Io infantile.
C'è chi si rapporta al denaro in un atteggiamento di "sfida", costringendosi ad investire di più di quanto dispone, a dimostrazione del proprio potere, nella tendenza a "fare il passo più lungo della gamba", il che, da stimolo ad "osare", può trasformarsi, oltre una certa soglia, in una condanna che costringe in situazioni "ai limiti della sopravvivenza",
Da altri ancora una "sfida" analoga è vissuta sul versante opposto del "trattenere", costoro risparmiano ad oltranza, quasi che il tenersi qualcosa in tasca, il non giocarsi mai fino in fondo, il "non rischiare" veramente, fosse l'unico modo per ottenere qualcosa di buono per sé dalla vita, mentre per opera di tanta parsimonia, ci si priva di quanto sarebbe invece salutarmente godibile.
Ciascuno di noi oscilla, forse, tra queste ed altre modalità, in maniera più o meno inconscia.
Il denaro è comunque qualcosa con cui tutti dobbiamo imparare a "fare i conti".
Spesso dimentichiamo di far parte della minoranza ricca degli abitanti di questo pianeta, in quella sbilanciata distribuzione delle risorse che dovrebbe poterci richiamare ad un sano senso di responsabilità. Che cosa ne facciamo di quella fetta di energia economica che la vita ci mette a disposizione? Quali criteri lasciamo che regolino la gestione che ci compete?

Un cattivo atteggiamento nell'affrontare questo genere di interrogativi crea spesso scissioni e malsane fughe o negazioni.
Un errore frequente è quello di cadere nel purismo (ipocrita) che torna a scindere spirito e materia, per cui il denaro diviene elemento vile che può soltanto inquinare le cose dello spirito, in relazione con le quali "non dovrebbe" invece entrare, in una sorta di negazione del principio di realtà.
Si dimentica così che ci può essere molto più attaccamento al denaro (come al sesso o ad ogni altra cosa che tenda a "possederci") in chi "deve" astenersi da un contatto visibile e concreto, per paura di un contagio malefico, rispetto a chi accetta di relazionarcisi impegnandosi a sviluppare un sano distacco.

Il purismo ingenuo di cui sopra compare spesso in pregiudizi circa la psicoanalisi e circa l'equivoco che, in quanto realtà spirituale "non dovrebbe essere pagata".
Il denaro è allora erroneamente considerato qualcosa "di troppo", una specie di "impiccio" o di sgradevole inconveniente o addirittura elemento "impuro", "scabroso" e quindi svilente la natura del rapporto stesso.
Questo comporta delle situazioni di impasse che, se non viste ed elaborate in un costante lavoro di crescita nella consapevolezza di sé e della propria modalità relazionale, sia per l'analista che per l'analizzando, mina alla radice la possibilità stessa di un rapporto fruttuoso per entrambi.
Quello economico infatti è un elemento di estrema importanza in cui si gioca la chiarezza di un accordo che prevede la collaborazione tra due parti, nel riconoscimento del loro reciproco darsi all'interno di una realtà sociale più ampia.
In analisi il denaro entra in forma di "onorario", termine che, a differenza di stipendio o salario, rimanda al riconoscimento di un "onore" cui si rende merito, il che rende giustizia alla valenza simbolica dell'operazione e costringe ad uscire dal concretismo della compravendita di un "prodotto" oggettivabile e monetizzabile.
E' inoltre la prova tangibile di una reciprocità sempre esistente, seppure talvolta meno evidente, nelle relazioni; è prova di un potenziale energetico, di un potere messo a disposizione della relazione, che sancisce la scelta, la volontà da parte di chi, almeno inizialmente, ha meno potere, di partecipare e di investire in ciò che sta accadendo: il riconoscimento del valore di quello scambio.
Nel rapporto tra analista ed analizzando l'accordo circa il pagamento è la prova concreta immediata di qualcosa che sarà compreso sul piano simbolico solo più tardi: ovvero che la dipendenza, finché c'è, è reciproca e come tale può generare vissuti differenti a seconda che venga subita (come scacco dell'ego), oppure riconosciuta ed accolta su un piano universale, e trasformata in aumento di consapevolezza e quindi di benessere per tutti coloro che ne sono coinvolti.
E' chiaro che l'esserci dell'analista "dipende" dall'esistenza di analizzandi che gli corrispondono un onorario, e a questo punto è chiaro che anch'egli può vivere in maniere differenti tale dipendenza: più è personalisticamente intesa e più risulterà soffocante, ansiogena e generatrice di aggressività e di ulteriore dipendenza; più è accolta e vissuta all'interno di quella circolazione più ampia riguardante l'universo tutto, di cui lo specifico analizzando al momento è rappresentante significativo, e più serenamente sarà elaborata all'interno del rapporto stesso.
L'analista ha in questo grande responsabilità, in quanto testimonia all'interlocutore il modo in cui egli stesso vive ed accoglie la propria inevitabile dipendenza, il modo in cui essa è creativamente coniugata alla sacrosanta spinta alla libertà e soggettività di entrambi, che caratterizza la natura stessa della relazione analista - analizzando.
Questo soltanto potrà portare, a suo tempo, a quella salutare soluzione del rapporto analitico cui il lavoro stesso mira.

Agnese Galotti
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Dr.ssa Cristina Spadoni
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Messaggio da Dr.ssa Cristina Spadoni » 22 novembre 2006, 17:49

Cara Ilaria, purtroppo non mi è possibile chiarirle il significato di questo aspetto così profondo e fondamentale della pratica psicologica. Già gli articoli che ha citato rispondono in parte alle domande che si pone, e questo suo sentire, come aveva sospettato nell'altro topic, è come per ciascun paziente, correlato alla propria personalità e alle proprie problematiche. Le dico solo che è un elemento fondamentale del "Setting", della struttuta di base della terapia, affinchè la terapia funzioni. E' un elemento di realtà con cui, se vogliamo crescere e risolvere i nostri problemi, dobbiamo fare i conti, sia come pazienti che come analisti. Infatti non è, come alcuni scrivono, come parlare con un'amica e doverla pagare, è molto di più, è rivolgersi ad un professionista che si è formato e che ha gli strumenti per fare psicoterapia, persona con la quale si crea un legame unico e irripetibile al di fuori, nella realtà. Gli amici non possono e non sanno risolvere i nostri problemi, non esistono per quello, così i nostri compagni, ecc. Il pagamento ci rende anche liberi, e meno impari, ci permette di pensare che è la nostra ora, di cui possiamo fare quello che vogliamo, anche non andarci; ci fa sentire meno in colpa, in difetto, di non gravare troppo sull'altro, riduce tante dinamiche patologiche che altrimenti si creerebbero (tipo:terapeuta tanto buono, paziente tanto cattivo)...
E' grazie a questi elementi del setting che possiamo vedere riprodursi davanti ai nostri occhi di analisti le problematiche che il paziente ha vissuto e vive nelle relazioni e rispetto alla realtà. E' uno strumento senza il quale si fatica a fare della vera e buona psicoterapia.
E' un allearsi del terapeuta con la parte "sana" del paziente, quella che vuole crescere, "guarire", "cambiare", e un contrastare le resistenze, che la parte "malata", "infantile" del paziente, inconsciamente e inevitabilmente porta in analisi.

Spiegare veramente questo aspetto, sarebbe come cercare di capire perchè un chirurgo usa una certa tecnica piuttosto che un'altra, richiede anni di studio per arrivare a sentire profondamente il valore del setting per coloro che fanno questo mestiere.
Perchè se andiamo da un dottore che magari ci fa stare meglio, ci cura, ci salva la vita a volte non ci poniamo il problema di dover pagare? Come qualsiasi altra cosa nella realtà, è come andare dal chirurgo e pretendere di uscire senza pagare... e' la realtà, e colludere con le fantasie e i bisogni inconsci dei pazienti, che la realtà non è questa, certo non li aiuta a crescere. Ovviamente ha tantissimo a che fare con la motivazione e con le aspettive inconsce che abbiamo verso gli altri. Scegliere le modalità di pagamento, è compito dell'analista, e anche questo ha un profondo significato.
Questo non significa non poter provare dei sentimenti profondi, anche da parte dell'analista, ma significa poter veramente aiutare l'altro. e' quindi uno degli strumenti fondamentali della pscioterapia senza il quale si fa fatica ad aiutare.
credo sia fondamentale elaborare questi vissuti all'interno della terapia stessa, poichè raprresentano un materiale importantissimo.
A presto,
Dr.ssa Cristina Spadoni

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Lala
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Messaggio da Lala » 22 novembre 2006, 18:50

quindi una seduta potrebbe anche costare 10 euro no?

Io che non pago allora non guarirò mai perché sotto sotto mi sento in colpa?

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ilaria
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Messaggio da ilaria » 23 novembre 2006, 1:50

Dr.ssa Cristina Spadoni ha scritto:Cara Ilaria, purtroppo non mi è possibile chiarirle il significato di questo aspetto così profondo e fondamentale della pratica psicologica. Già gli articoli che ha citato rispondono in parte alle domande che si pone, e questo suo sentire, come aveva sospettato nell'altro topic, è come per ciascun paziente, correlato alla propria personalità e alle proprie problematiche. Le dico solo che è un elemento fondamentale del "Setting", della struttuta di base della terapia, affinchè la terapia funzioni. E' un elemento di realtà con cui, se vogliamo crescere e risolvere i nostri problemi, dobbiamo fare i conti, sia come pazienti che come analisti. Infatti non è, come alcuni scrivono, come parlare con un'amica e doverla pagare, è molto di più, è rivolgersi ad un professionista che si è formato e che ha gli strumenti per fare psicoterapia, persona con la quale si crea un legame unico e irripetibile al di fuori, nella realtà. Gli amici non possono e non sanno risolvere i nostri problemi, non esistono per quello, così i nostri compagni, ecc. Il pagamento ci rende anche liberi, e meno impari, ci permette di pensare che è la nostra ora, di cui possiamo fare quello che vogliamo, anche non andarci; ci fa sentire meno in colpa, in difetto, di non gravare troppo sull'altro, riduce tante dinamiche patologiche che altrimenti si creerebbero (tipo:terapeuta tanto buono, paziente tanto cattivo)...
E' grazie a questi elementi del setting che possiamo vedere riprodursi davanti ai nostri occhi di analisti le problematiche che il paziente ha vissuto e vive nelle relazioni e rispetto alla realtà. E' uno strumento senza il quale si fatica a fare della vera e buona psicoterapia.
E' un allearsi del terapeuta con la parte "sana" del paziente, quella che vuole crescere, "guarire", "cambiare", e un contrastare le resistenze, che la parte "malata", "infantile" del paziente, inconsciamente e inevitabilmente porta in analisi.

Spiegare veramente questo aspetto, sarebbe come cercare di capire perchè un chirurgo usa una certa tecnica piuttosto che un'altra, richiede anni di studio per arrivare a sentire profondamente il valore del setting per coloro che fanno questo mestiere.
Perchè se andiamo da un dottore che magari ci fa stare meglio, ci cura, ci salva la vita a volte non ci poniamo il problema di dover pagare? Come qualsiasi altra cosa nella realtà, è come andare dal chirurgo e pretendere di uscire senza pagare... e' la realtà, e colludere con le fantasie e i bisogni inconsci dei pazienti, che la realtà non è questa, certo non li aiuta a crescere. Ovviamente ha tantissimo a che fare con la motivazione e con le aspettive inconsce che abbiamo verso gli altri. Scegliere le modalità di pagamento, è compito dell'analista, e anche questo ha un profondo significato.
Questo non significa non poter provare dei sentimenti profondi, anche da parte dell'analista, ma significa poter veramente aiutare l'altro. e' quindi uno degli strumenti fondamentali della pscioterapia senza il quale si fa fatica ad aiutare.
credo sia fondamentale elaborare questi vissuti all'interno della terapia stessa, poichè raprresentano un materiale importantissimo.
A presto,
E' comunque una risposta molto ricca e interessante e di questo la ringrazio.
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Dr.ssa Cristina Spadoni
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Messaggio da Dr.ssa Cristina Spadoni » 23 novembre 2006, 11:18

Salve Lala, la risposta è no ad entrambe le domande, i motivi però sono troppo complicati, ed ogni persona è diversa, e mette in gioco le proprie dinamiche (spesso molto diverse le une dalle altre). E' tutto materiale di "lavoro" all'interno della propria terapia. Vi è da chiedersi io credo come mai abbiamo così bisogno di capire e imparare come funziona la psicoterapia... che fantasie facciamo? Se ci facciamo operare, non è che pretendiamo di imparare tutto quello che il chirurgo ha dovuto studiare e imparare per fare quel tipo di operazione? ci affidiamo a lui, dopo aver al massimo avuto le informazioni che sono utili conoscere. forse abbiamo un nostro bisogno di avere la sensazione di "controllare le cose"? Perchè non parlarne all'interno della terapia, sono cose importantissime che aiutano il processo terapeutico se elaborate.
Di cuore,
Dr.ssa Cristina Spadoni

abc
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Messaggio da abc » 14 dicembre 2006, 0:46

Dr.ssa Cristina Spadoni ha scritto:E' tutto materiale di "lavoro" all'interno della propria terapia. Vi è da chiedersi io credo come mai abbiamo così bisogno di capire e imparare come funziona la psicoterapia... che fantasie facciamo? Se ci facciamo operare, non è che pretendiamo di imparare tutto quello che il chirurgo ha dovuto studiare e imparare per fare quel tipo di operazione? ci affidiamo a lui, dopo aver al massimo avuto le informazioni che sono utili conoscere. forse abbiamo un nostro bisogno di avere la sensazione di "controllare le cose"?
Ehm... riguardo al paragone tra un chirurgo e uno psicoterapeuta, oltre ai fattori già citati (come il rapporto che si crea) credo ci sia anche un'altra importante differenza da considerare: il chirurgo si fa pagare - anche tanto - senza addurre evasive giustificazioni misteriosamente legate alle sue tecniche d'intervento. Semplicemente, ha studiato, lavora e si fa pagare, meccanismo che non fa una piega. Per gli idealisti e i buoni samaritani (che, credo io, esistono) che possono permetterselo, c'è sempre emergency & friends.

Quel che ci rende tanto "curiosi" (anche un po' maliziosamente?) di capire l'utilità dell'onorario in psicoterapia è il fatto stesso che questa utilità venga sbandierata. Il pagamento di una prestazione è un meccanismo basilare dell'economia che pare scontato e non necessita di tante spiegazioni; affannarsi tanto a dargli un valore "in più" potrebbe sembrare un modo comodo per, in un certo senso, "elevare moralmente" il proprio lavoro. Come dire: "Noi ci facciamo pagare come tutti gli altri lavoratori. A differenza degli altri, però, non solo la nostra prestazione è per il vostro bene, ma anche il pagamento stesso serve più a voi che a noi."
Insomma, sembra una specie di alibi per dare un'apparenza migliore a un aspetto fastidioso, anche se di certo legittimo, del vostro lavoro. Tanto più che, a una richiesta di maggiori spiegazioni, potete trincerarvi facilmente dietro al "noi abbiamo studiato e sappiamo perché, voi invece non potete capire" - tecniche che sanno molto di latinorum donabbondiano...

Probabilmente, se vi limitaste a dire "noi non siamo degli amici ma dei professionisti, il nostro è un lavoro come gli altri, è utile a questo e a quello, in più è qualificato; e comunque chiediamo meno di un dentista", ci faremmo molti meno problemi e la risposta avrebbe un'aria più schietta e pragmatica.

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Dr.ssa Eleonora Arduino
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Messaggio da Dr.ssa Eleonora Arduino » 14 dicembre 2006, 1:26

abc ha detto:
"Probabilmente, se vi limitaste a dire "noi non siamo degli amici ma dei professionisti, il nostro è un lavoro come gli altri, è utile a questo e a quello, in più è qualificato; e comunque chiediamo meno di un dentista", ci faremmo molti meno problemi e la risposta avrebbe un'aria più schietta e pragmatica.[/quote]

Mi permetto di intervenire come professionista, non certo come moderatore di questo forum, compito invece della collega Spadoni. Si vede che il dibattito interessa! e in effetti sono domande che mi faccio anche io, dall'altra parte della scrivania (anche se non uso la scrivani) e so di non essere la sola tra i colleghi. Concordo pienamente con la collega Spadoni (ciao Cristina), e tuttavia è stimolande la frase di abc che cito. Forse un tentativo di risposta può essere questo: è vero, siamo lavoratori come altri e come altri è ovvio essere pagati. non c'è una "dignità" in più. Semplicemente quello che vale per noi, vale anche per gli altri, voglio dire: quello che ha detto la dr. Spadoni (non ripeto per non dilungarmi) vale esattamente anche per gli altri rapporti con i professionisti, semplicemente poichè siamo analisti, andiamo a fondo del significato del pagamento, che consente un certo modo di svolgersi del "setting", anche del "setting" del panettiere. Sono setting diversi, ma il valore del denaro è lo stesso. e infatti - forse - succedono le stesse dinamiche che negli altri casi: il panettiere può essere giudicato esoso oppure si paga volentieri perchè dà un pane buonissimo e unico. Paghiamo il pane perchè se no ci sentiamo ladri ed è anche un modo per sancire un rapporto di reciproco impegno. Chi guadagna poco può trovarlo caro anche se per altri costa poco.... e così via. E infine, se lo giudichiamo importante, al di là delle nostre tasche, ne proviamo gratutudine e lo sentiamo "impagabile".
Dr.ssa Eleonora Arduino - psicologa e psicoterapeuta - Torino
moderatore dei forum "consulenza psicologica"
www.eleonoraarduino.it

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Messaggio da allegra » 31 dicembre 2006, 20:28

Buon anno a tutta la famiglia = Желаґо всей семье счастливоґо Новоґо ґода
:P :P :D :D :lol: :wink:

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