Come una donna...

Gli atteggiamenti e le motivazioni sessuali della maggior parte delle persone sono coerenti con il loro sesso biologico. Siano eterosessuali oppure omosessuali, la maggior parte degli uomini si considerano uomini e la maggior parte delle donne si sentono donne. Ci sono certi individui, invece, che hanno dei concetti di sé, che riguardano il sesso, che contrastano con il loro "sesso biologico". Un maschio può desiderare ardentemente di essere una donna ed una donna altrettanto desiderare di essere un uomo. Ci troviamo di fronte al fenomeno del transessualismo. Parliamone

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Joshua
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Come una donna...

Messaggio da Joshua » 5 ottobre 2014, 14:30

Ho iniziato un nuovo argomento, anziché proseguire il precedente, perché considero ciò che succederà nel prossimo futuro un nuovo capitolo della mia complicata vita, divisa tra la mia parte maschile e quella femminile.
Durante gli ultimi due giorni ho parlato, purtroppo non in modo approfondito, con mia moglie.
Prima le ho detto che non rinuncio ad indossare abiti femminili, ne ho bisogno e fa parte della mia sessualità.
Lei era un po' amareggiata, comprensibilmente, e le ho detto che tutto questo mi serve anche ad alimentare la mia spinta sessuale. Tutto ciò che mi eccita mi aiuta a conservare la mia carica sessuale. Un po' perché pensavo che l'aiutasse a digerire meglio la cosa, un po' perché è effettivamente la verità.
Ovviamente, questo ha prodotto un senso di inadeguatezza in lei. "Se io fossi un po' più carina non avresti bisogno di ricorrere a queste cose". Ho cercato di convincerla che la cosa era soggettiva e non dipendeva da lei. Credo di esserci riuscito.
In seguito, le ho detto che ci sono un paio di persone come me, conosciute sul forum di crossdresser in cui scrivo saltuariamente, che vorrebbero incontrarmi, che vorrebbero fare amicizia per condividere le paure e le difficoltà comuni a tutti coloro che si trovano in queste situazioni. "ma... in abiti maschili o femminili?" mi chiede lei. "Entrambe le cose vanno bene, ma io ho proposto di incontrarci prima in abiti maschili". "Sì, ma ti prego non nella nostra città! Ho un ruolo e una reputazione, non vorrei rovinarmela".
La sua risposta è stata molto importante, importantissima, perché non me l'ha escluso. Mi ha detto soltanto di prendere delle precauzioni. Ho una moglie meravigliosa.
Ieri sera le ho anche accennato che potremmo partecipare ad una festa di Halloween, e io potrei vestirmi da strega, ovviamente in minigonna, e mettere una maschera. Lei mi ha sorriso ed è parsa d'accordo sull'idea: Halloween potrebbe essere un ottimo pretesto per "sdoganare" la mia amica interiore.
55 anni e credo che ancora non bastino per definirmi adulto...

Antonietta Albano
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Re: Come una donna...

Messaggio da Antonietta Albano » 5 ottobre 2014, 23:06

Direi ottimo!
Spero ci sia un po' di serenità in più in questo momento... Confrontarsi con chi vive le stesse paure e necessita degli stessi bisogni è importante: ci aiuta a crescere e a darci forza.
In bocca al lupo.

Di cuore...
Dr.ssa Antonietta Albano (Psicologa e Pedagogista. Psicoterapeuta e Sessuologa.
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jessyca
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Re: Come una donna...

Messaggio da jessyca » 6 ottobre 2014, 23:59

Certo, Joshua, e non dimenticare il periodo di Carnevale, potresti vestirti da odalisca, o indossare qualunque maschera di donna... Ah, fatti una foto vestito da strega ... e se puoi mandami la tua foto in mp, mi farebbe piacere vederti da strega! :)

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Re: Come una donna...

Messaggio da Joshua » 7 novembre 2014, 8:53

Quando il cielo sembrava completamente sereno, è passata una nuvola...
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Re: Come una donna...

Messaggio da Joshua » 13 novembre 2014, 22:27

La nuvola è la sessualità.
Ho bisogno di un rapporto sessuale vestito da donna.
Ne abbiamo parlato qualche volta con mia moglie,senza approfondirlo, lei ha sempre lasciata aperta la possibilità, pur non entusiasmandola (comprensibile) e senza promettermela mai.
Ma non ce la fa.
La capisco, lei dice che le sembrerebbe di fare sesso con una donna, e non è nelle sue corde, non ci riesce.
Se insistessi, probabilmente, riuscirebbe a farlo, ma non sarebbe soddisfacente, ovviamente.
Non lo sarebbe per lei, che sarebbe tesa e non riuscirebbe a lasciarsi andare, ma non lo sarebbe neanche per me, che sarei teso a mia volta, nello stato d'animo di costringerla moralmente a fare qualcosa che non le piace, "solo" per fare piacere a me.
In questi giorni, dopo Halloween intendo, ho acquistato una minigonna e un cappottino corto, da donna (in giorni diversi e, ovviamente, provandoli in negozio). La settimana scorsa ho inventato una scusa per uscire una sera, ho messo minigonna e tacchi e sono andato alla ricerca di una prostituta, per cercare di avere questo "maledetto" rapporto sessuale vestito da donna.
Non ce l'ho fatta. Ci ho provato, ho interpellato due/tre ragazze in strada, ma non ce l'ho fatta (tra l'altro, aggiungiamoci anche che mi sento in colpa per alimentare il mercato della prostituzione...).
Non ci riesco, a tradire mia moglie, soprattutto mi ripugna ingannarla e mentirle.
Ma so per certo che ci riproverò, uno di questi giorni.
Che tristezza. Dopo Halloween mi sembrava potesse andare tutto bene, invece...
Non so dove sbattere la testa.
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Re: Come una donna...

Messaggio da Antonietta Albano » 22 novembre 2014, 20:06

È il bisogno di essere "vista" per quello che sento di essere... un bisogno che va ascoltato e identificato.

Un bisogno, però, che mi tormenta... il tormento per una moglie che accetta, complice (finché può) di questo turbinio di emozioni, che lacerano il cuore!

Una preoccupazione ed un senso di colpa "incatenati" alla persona, che più di tutti mi comprende, mi "asseconda" e mi sostiene.. come posso un tradimento simile?

Il suo bisogno è di essere se stessa e quello della moglie di dover esserci... Per un amore delicato e sofferto.

Seguiamo il nostro cuore, perché il turbinio di emozioni è davvero vasto, per cui gradualmente cerchiamo di ritrovare noi stessi, la nostra "anima"!

Di cuore...
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Un salto in panetteria

Messaggio da Joshua » 23 novembre 2014, 3:21

Stasera ho ritagliato un paio d’ore approfittando di una pizza con il mio amico Paolo. Il percorso per la trasformazione in donna è il solito: all’ora di pranzo, solo in casa, indosso le calze autoreggenti e la sottoveste nera sotto gli abiti consueti. Lo faccio subito, appena entro in casa.
Poi mi assale un timore. Mia moglie ha detto che oggi, contrariamente al solito (non ci vediamo mai, nella pausa pranzo), avrebbe potuto rientrare a casa. La cosa ridicola è che il timore più grosso è che, visto che nostra figlia è fuori casa e saremmo soli, potrebbe aver voglia di un po’ di sesso. In effetti l’occasione è propizia, manca un’ora al rientro al lavoro. Se succede, però, come le spiego le autoreggenti? Vabbé, mia moglie è collaborativa e sa che amo indossarle, ma come lo spiego che le indosso proprio ora? Vabbé, posso semplicemente dirle che avevo voglia di indossarle.
Un quarto d’ora prima di uscire, suonano al citofono, “eccola” penso con agitazione, invece è nostra figlia, che per un imprevisto è dovuta tornare a casa e si chiude, come suo solito, nella sua camera. Meno male che non ho deciso di mettere la gonna e tenerla per tutto il tempo della pausa pranzo!
Mia moglie invece niente, non arriva, meglio così. Niente complicazioni inutili né spiegazioni difficili.
In ufficio, per tutto il pomeriggio combatto con la spallina della sottoveste che tende a scivolare dalla spalla (però quanto mi piace compiere quel gesto, così femminile, di infilare la mano nella maglia per tirarla su…).
Poco prima di uscire, una tappa in bagno per aggiustare le calze che sono scese un pochino, poi via! Si parte.
Scendo con ansia la rampa del garage (il mio è nell’ultimo piano sotterraneo, il terzo), mi si affianca un’auto che scende rapida, la vedo infilarsi nel corridoio dove c’è il mio box. “No, ti prego!” penso mentre scendo. Invece sì, l’auto deve entrare nel box accanto al mio!!
Mentre recito tra me un misto tra imprecazioni, preghiere e invocazioni al dio delle sorelline, inizio a togliere maglia e camicia (mi sto specializzando nel levarmi maglia e camicia insieme, utile per rimetterle poi velocemente), e infilarmi la maglia lupetto. Mentre mi slaccio le scarpe do un’occhiata fuori, il tizio sta già chiudendo il suo garage, molto bene, il dio delle sorelline è benevolo. Sfilo scarpe e calzini, poi pantaloni e mutande. Infilo la mia gonna a tubino nera, trapuntata, calda e comoda, poco sopra il ginocchio. Indosso le ballerine nere, infilo scarpe sotto il sedile di guida e pantaloni dietro il sedile del passeggero. Ho preso la buona abitudine di non mettere scarpe e pantaloni nel bagagliaio perché se dovessi togliermi la gonna in fretta, in caso di emergenza, non ho bisogno di scendere dall’auto per farlo.
Pronti, posso partire. Esco dal box con il solito patema, sperando che non ci sia nessuno. Per colpa dell’ansia, mi metto alla guida con il portabagagli posteriore aperto: mentre esco sento una gran botta contro il portellone basculante del box, per fortuna mi fermo subito, visto che andavo pianissimo. Comunque la cosa mi costringe ad uscire dall’auto di corsa, con la mia gonna calda e confortevole, per constatare il danno, che per fortuna non c’è. Mi accorgo invece che c’è gente in giro, in un garage in fondo al corridoio, dalla parte opposta a quella in cui devo andare. Con il batticuore mi infilo di nuovo in macchina, esco, chiudo il box e parto. Durante queste operazioni l’uomo si fa i fatti suoi, oppure non ha guardato verso di me, oppure non ha colto l’anomalia della gonna. Mentre esco dal cancello principale e mi avvio verso la zona in cui ho deciso di andare, rifletto sul fatto che sto acquisendo un sempre maggiore disinvoltura nel muovermi in queste situazioni “femminili”, grazie anche alla crescente indifferenza della gente che ormai non si cura più del prossimo, oppure si è talmente abituata ad ogni stranezza che non si guarda più intorno.
Dopo venti minuti di guida “al femminile” (sono una “normale” donna con la gonna che guida la sua auto, come tutte le donne con la gonna), arrivo in corso Belgio alle sette circa, apro lo smalto che avevo lasciato sul cruscotto, nella speranza (seee!) di metterlo durante la guida. Cola una goccia sulla mano, il che la dice lunga sulla qualità di uno smalto pagato un euro. Dopo dieci minuti complicati, le unghie hanno un delizioso colore bianco perlato. Quindi, cipria e rossetto per concludere il minimo make-up. Mi infilo le decolté tacco dieci al posto delle ballerine “da guida” e il corto cappottino nero nuovo, comprato l’altro ieri dai cinesi dopo averlo provato con la minigonna, afferro la borsetta e vado.
L’obiettivo, stasera, è la panetteria in cui mi reco ogni tanto da tre anni a questa parte. Ho parcheggiato a trenta metri, la zona non è molto affollata ma qualcuno passa. Mi incammino nel buio della sera, sento l’aria fresca sulle gambe che è sempre la sensazione più bella, per me. Cammino cercando di sentirmi donna, ma diciamo la verità, ciò che faccio è cercare più che altro di muovermi e camminare sentendomi a mio agio il più possibile, e devo dire che stasera, con il mio abbigliamento, mi sento davvero bene, molto. Non mi sento donna: sto bene come se fossi una donna con il suo abbigliamento normale, e non mi interessa lo sguardo della gente che incrocio. È diverso. Oltretutto credo di poter passare davvero per donna (ad un’occhiata distratta, ammettiamolo) perché nessuno di quelli che incontro mi guarda in modo strano.
Entro, finalmente, negozio deserto.
“Buonasera”, mi accolgono la signora sui cinquanta (molto ben portati) e la ragazza (bella davvero), nella loro divisa costituita da un grembiule bianco e un sorriso per tutti.
“Buonasera”, rispondo, “avete ancora del pane?” La ragazza, prontamente, recupera la cesta del pane che stavano mettendo via, intanto mi butto: “Vi ricordate di me, vero?”, è la prima volta che mi vedono dopo molto tempo, anzi, mi pare che l’anno scorso non ci siamo proprio visti.
Si illuminano entrambe “ma certo, mi sembrava di conoscerla! È tanto che non la vedevamo, tanto che pensavamo non abitasse più da queste parti. Come va?” “Bene, rispondo, molto bene”.
Ora, il dubbio che mi assale può sembrare stupido, ma ho dovuto decidere in una frazione di secondo. Cosa racconto loro, la verità, cioè che mi vesto da donna per una passeggiata di pochi minuti e soltanto per andare a trovare loro, oppure invento? Risposta ovvia, volendo cercare di prolungare questo momento, mi invento una storia.
“Ho cambiato vita, come vedete, ho un lavoro che mi permette di vivere la giornata in abiti femminili” “Ah, ma che bello!” “Sì, lavoro in uno studio e ho trovato delle colleghe meravigliose, mi hanno praticamente adottata, sono a tutti gli effetti una loro collega. Siamo in otto, cinque donne e due ragazzi, ed io”.
Mentre parlavo, mi rendo conto di una cosa che mi capita raramente: sono entrambe ferme e mi guardano, ascoltandomi con attenzione. Non mi ascoltano mentre fanno altro, distrattamente, dando segni di sperare che finisca presto, no, È una bella sensazione, ti fa sentire una persona che ha qualcosa da dire.
Continuo. “Anche il titolare è una persona magnifica, mi permette di vivere la mia particolarità, anche perché non ho contatti con i clienti, quindi posso lavorare in tranquillità. Vedete, il punto è che io non mi sento donna, non sarei credibile, non sarebbe neanche giusto se tentassi di farlo, si tratta soltanto di sentirmi a mio agio con l’abbigliamento che mi piace, che mi fa sentire a posto. Io sto bene, molto bene in abiti femminili, ed è la cosa che conta, il resto viene da sé, sia il mio lavoro che il rapporto con le colleghe”.
“Ah, certo, il titolare deve essere una persona speciale, non è da tutti”. Continuano a chiacchierare, appoggiate al bancone, rendendomi dignità di colloquio, facendomi sentire a mio agio. “E comunque complimenti, perché sta molto bene, ha delle bellissime gambe, sta bene con i tacchi!” dice la signora, mentre mi allontano un po’ dal banco per fare un minimo di passerella per farmi vedere, con una leggera piroetta. “Sì, sta davvero bene” aggiunge la ragazza.
In quel momento entra un’altra cliente. Fine della scena, penso. Pago il pane e saluto, la signora mi saluta con calore “arrivederci e torni pure a trovarci quando vuole!”. Grazie, ragazze. Pochi minuti dentro questo negozio luminoso, e non solo per i neon, mi hanno infuso un altro pochino di quella dignità che ti strappano gli sguardi delle persone che ridono di te, quei sorrisini di scherno che in realtà mordono le carni e ti strappano la dignità di sentirti bene con te stessa e con i tuoi abiti.
Come succede sempre in questi casi, “non può finire qua”, mi dico. Arrivo subito alla macchina, è vicina. Tentenno, preso dal dubbio, ondeggio sui tacchi osservando la mia immagine riflessa sul finestrino dell’auto. Poi decido, metto il pane dentro e richiudo. Arrivando in auto ho notato che su corso Belgio (esattamente dalla parte opposta di questo isolato) c’è un’edicola, ho visto in settimana che è uscito “Elle”, potrei andare fin là a comprarlo. Parto, zampettando al femminile sui miei tacchi a spillo. Arrivo fino all’angolo, svolto nella via: che lungo, questo lato! Sono almeno cento metri e sono tanti, sui tacchi. Rallento, faccio una decina di metri, su questo lato ci sono un bar e una pasticceria. E se mi succede qualcosa? Ma cosa deve succedermi!? Torno indietro, no, no, troppa strada. Torno sull’angolo, poi mi rigiro, fatti furba, Gabrielle, cosa vuoi che succeda? Vai! E parto, sui miei tacchi, spedita verso l’angolo opposto che mi sembra lontanissimo.
Va bene, cavolo. Sto bene. Lungo la strada passo accanto ad un uomo incravattato che parla al telefono e mi lancia un’occhiata distratta. Arrivo all’angolo e svoltandolo quasi mi scontro con una donna che stava svoltando in direzione opposta. Niente, nessuno che noti che io non sono una donna. Sto bene. Ora sono su corso Belgio, un po’ più affollato, incontro un’altra donna, una coppia di maghrebini, un uomo che fuma sul portone di casa, nessuno che mi faccia sentire indegno o fuori posto. Sono una donna con la gonna, che come tutte le donne con la gonna, cammina su un marciapiedi per andare a comprare qualcosa, o semplicemente per tornare a casa.
Mentre i negozi mi scorrono di fianco, mi rendo conto che mi sono sbagliato, l’edicola che ho visto era nell’isolato precedente. Che faccio, torno indietro e ci vado, oppure faccio il giro dell’isolato? Beh, stavolta i timori hanno la meglio. Decido di rinunciare alla rivista e di continuare fino all’angolo, girare intorno all’isolato per tornare sul lato in cui ho lasciato l’auto. Appena svoltato l’angolo, mi attira la vetrina di un negozio di borse, scarpe e accessori da donna, nel quale una donna, una bella donna sui cinquanta, sta passando l’aspirapolvere. Mi fermo di fronte alla vetrina, non capisco bene se per guardarla o per farmi guardare. Lei è impegnata, ma dopo un po’ alza la testa. La riabbassa sul suo lavoro, ma subito la rialza e fa una cosa che non mi aspettavo: mi sorride. Quel sorriso, pur breve, è uno di quelli che scaldano il cuore. Così come avevano fatto le parole delle due donne in panetteria, anche il sorriso di quest’altra donna mi regala ciò che per me è una delle cose più preziose: la dignità. Non mi sento fuori posto, indegno o peggio, ma mi viene data la dignità di sentirmi una persona che può andare a passeggio per strada vestita come cavolo vuole, senza doversene vergognare.
Ora basta, credo che per stasera io possa dichiararmi soddisfatto. Percorro rapidamente il tratto di strada che mi separa dalla macchina, mi sposto verso una zona più tranquilla per cambiarmi e struccarmi, poi vado verso l’appuntamento con Paolo. Penso che sia una delle ultime uscite di Gabrielle, almeno per quest'anno. Per molti motivi, primo fra tutti il rapporto con la mia adorata e adorabile moglie, che non va sprecato.
Serata importante, molto. Ho dato ulteriore dignità a Gabrielle, che non ha la pretesa di sostituirmi, ma soltanto di uscire fuori ogni tanto. Vorrei andare in giro in abiti femminili come se fosse una scelta legittima, come se dovessi scegliere se vestirmi sportivo o in cravatta. Vorrei tanto che un giorno un uomo potesse avere la possibilità di dire “Cosa mi metto stasera? Non so, la cravatta va bene, ma… Va bene, mi metto questa gonna, con i collant chiari e i tacchi!”. E via!
Sarebbe bello.
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Messaggio da Joshua » 30 novembre 2014, 16:57

Ho cambiato il mio avatar, le gambe sotto la minigonna di jeans stavolta sono proprio le mie, mentre guido verso il supermercato dove andrò a fare la spesa.

Sabato.
Mia moglie lavora per l’intera mattinata, ne approfitto per prendermi di nuovo un po’ di libertà.
Il programma è di tornare nel discount in cui sono andato l’estate scorsa, per la “prova generale”, indossando una gonna lunga e i sandali, con tanto di smalto sulle dita dei piedi. Poi andrò a salutare la mia amica Anna, al negozio di intimo.
Uscita mia moglie, rimane nostra figlia che è nel dormiveglia, però devo ripassarmi le gambe, perché i peli cominciano a vedersi. Lo faccio nella doccia, cercando di non attirare la sua attenzione, poi mi faccio la barba con molta cura. Ora che ho di nuovo le gambe splendidamente lisce (così come il viso), indosso calze e sottoveste ed esco. La figlia è in piedi ora, ma ormai sono già vestito, tutto ok.
Scendo in garage, mentre tolgo i pantaloni per indossare la gonna longuette a fiori, arriva il tizio di un box vicino. Ormai la paura delle prime volte che uscivo dal garage è minore, ma un po’ di batticuore c’è ancora. Per fortuna, direi, altrimenti non sarebbe più emozionante. Decido che la gonna va bene, e per “mimetizzarmi” metto la parrucca, sicuramente darò meno nell’occhio. Esco senza problemi, tolgo la parrucca e vado verso “la zona”, godendo come al solito della bella sensazione di guidare con la gonna.
Arrivo al parcheggio del discount alle 9 circa, parcheggio nei posti laterali, un po’ appartati, il che mi permette di completare il make up, o perlomeno quel minimo di trucco che mi permetto. Smalto marrone, ormai diventato il mio, cipria e rossetto, anche quello ormai consueto, marrone. E gli occhiali scuri.
Via, si parte, entro nel discount deserto. Ero convinto che avesse cambiato gestione, invece vedo di nuovo il ragazzo di allora. Peccato non ci sia nessuno, però, se l’estate scorsa tremavo di paura, oggi mi sarebbe piaciuto incrociare qualcuno. Pazienza, prendo sei bottiglie di acqua, dopo aver invano cercato un pacco di tortellini, pago e esco.
Parto verso il paesino dove Anna ha il negozio, poi però sento un po’ di amaro in bocca, per il deserto incontrato nel discount, e decido che non mi basta. Vado al solito supermercato, ricordo che l’estate scorsa avevo notato un certo affollamento al sabato mattina. La cosa mi aveva colpito e avevo deciso che sarebbe stato meglio evitare il sabato. Ma le cose sono cambiate da allora, la consapevolezza che ho acquisito in questi mesi mi dà una tranquillità che non avevo.
Già entrando nel parcheggio seminterrato noto la differenza con le ultime volte che sono venuto qui. C’erano sempre tre o quattro auto, ora ce ne sono una ventina. Via, Gabry, oggi fai un bagno di folla. Compio il tragitto dall’auto all’ingresso del centro commerciale ripensando alla paura che avevo quest’estate (una sana paura, direi), e noto che per la prima volta entro nel supermercato con i tacchi a spillo. Di solito, per comodità, mettevo gli stivaletti al polpaccio, con tacco basso. Ma oggi mi sembra che con i tacchi vada molto bene, mi sento perfettamente a mio agio, senza nessuna incertezza nell’incedere. Neanche (me ne sono reso conto con terrore soltanto adesso) sulla scala metallica che sale dal parcheggio alla porta scorrevole d’ingresso (che tra l’altro ha dei vetri sul dehors del bar, cosa che mi terrorizzava all’inizio, pensando al “pubblico” che avrebbe visto questo “essere” che allora era informe ed oggi si sente molto più femminile, pur senza esserlo), scala di due rampe costituita da gradini e pianerottolo fatti di una grata metallica, trappola mortale per i tacchi a spillo. Le due rampe scorrono via senza incidenti, così come era successo per il temibile ciottolato del castello, la sera di Halloween, e Gabrielle fa il suo ingresso nel supermercato, come immaginava, pieno di gente. Aiuto.
Solito giro, prendo una bottiglia di latte, poi attraverso tutto il supermercato per andare al bancone della gastronomia, gustandomi lo svolazzo della gonna e il piacere di camminare in punta di piedi, sui tacchi. Sguardi strani non ne vedo, sui volti delle molte persone che incrocio. Bene. Molto bene, direi, ripensando alle paure di qualche mese fa. Arrivo al bancone deserto, attendo un po’, e intanto arriva una signora che prende il numero dall’apposito aggeggio. Io non l’ho fatto. Mentre il ragazzo che sta tagliando della carne ci grida “Arrivo!”, io dico alla signora “Le chiedo scusa, io non ho preso il numero, ma…” non mi lascia neanche finire “Ma s’immagini, certo che c’è prima lei, nessun problema”. Nessun problema, tutto normale, insomma. Grazie. Arriva il ragazzo e ordino, lui mi serve. Tutto normale, insomma. “Altro?” “No, grazie, è tutto” “Arrivederci, buona giornata” “Arrivederci, rispondo io. Buongiorno, signora” “Buongiorno a lei!”. Tutto normale, insomma. Sì, è proprio una buona giornata. Attraverso la piccola folla davanti al reparto macelleria e vado alle casse. Anzi, no, prima passo allo scaffale dove sono le calze, prendo un paio di collant. Non è che mi servano, servono soltanto a me, adesso, per rimarcare la piccola spesa fatta da una donna; anche se non lo sono e non lo sento ovviamente, mi piace far vedere che sono completamente a mio agio nel mio ruolo femminile.
Ci pensa la cassiera a gratificarmi con il rituale “Ha la tessera, signora?”. Grande. Sorrido, pago e esco. Anche la prova del supermercato affollato è superata, anche il ritorno al parcheggio scendendo dalla temibile scala “trappola per tacchi” non produce danni. Bene. Molto bene.
Un tizio ha parcheggiato proprio di fianco a me, meno male che mi ha lasciato lo spazio per aprire la portiera. Salgo in auto proprio sotto i suoi occhi, tutto bene. Via, si parte. Arrivo nei pressi del negozio di Anna, non c’è spazio nel solito parcheggio, trovo un altro posto e vado al negozio. C’è una coppia di signori sulla settantina o poco meno, uffa. Entro, ma vedo subito che Anna è un po’ in imbarazzo, evidentemente sono amici che non può mandare via per me. “Ciao!” mi saluta con il solito calore. Senza Anna, senza il suo calore e la sua approvazione, non so se sarei riuscito a vivere tutto questo. E’ stato il suo entusiasmo nel dirmi che stavo benissimo, l’estate scorsa, a convincermi che “si può fare”.
La signora prova a dire che loro escono e tornano tra poco, ma lei taglia corto e mi serve in modo gentile ma efficiente e rapido. Compro un paio di collant (un altro! Ora ne ho una marea, magari ne do un po’ a mia moglie), “color moka, una quarta, vero?”, brava Anna, ormai mi conosce. “Complimenti, stai molto bene!” mi sussurra; questa gonna non l’avevo mai messa venendo qua. “Mi spiace che tu sia arrivato in un momento un po’ critico”. “Eh, mi spiace. Oltretutto, credo che per quest’anno non ci vedremo più”. “Oh, che peccato”, sicuramente pensava anche ai mancati introiti. “Onestamente, una doppia vita è un po’ faticosa” “Beh, vero, in effetti”. Insomma, oggi speravo in quattro chiacchiere tra amiche, invece niente. Saluto ed esco.
Basta. Per oggi è sufficiente. Vado nel solito posto appartato e metto i pantaloni, tenendo però le calze. Se, lungo la strada per andare a trovare gli amici (era la scusa che ho trovato con mia moglie per uscire stamattina) trovo un negozietto che mi ispira, entro e provo qualcosa. Niente. Vado dagli amici che in effetti non vedo da molto tempo, trascorro una mezz’oretta simpatica e gradevole, poi saluto e vado. Mi fermo in un grande magazzino di una catena di abbigliamento a buon prezzo, con molta gente. Giro tra i vestiti, scelgo una minigonna e chiedo di provarla. Nel camerino mi accorgo che la gonna è molto grande, una xxl. Ma lo scopo principale era avere un luogo, che non fosse l’auto, dove poter togliere le calze e la sottoveste, che infilo appallottolate nelle larghe tasche della mia giacca. Terminata l’operazione, entro in macchina e rifletto. E’ finita.
E’ proprio finita, almeno per le prossime settimane o forse mesi, per molti motivi.
Il primo è quello che accennavo ad Anna, una doppia vita è faticosa, ed io ho molti interessi oltre a quello di essere Gabrielle, e li ho lasciati un po’ indietro perché ovviamente quest’ultimo mi ha (piacevolmente) distratto da tutto il resto. Ma è arrivato il momento di raccogliere un po’ le idee per mandare avanti le altre cose.
La motivazione più importante è però il rapporto con mia moglie. Come ho detto spesso, ci vogliamo molto bene. Dopo la sera di Halloween lei ha avuto una piccola crisi. Ha sempre bisogno di essere rassicurata, e il fatto che io stia bene in abiti femminili non la rassicura. Come ho già avuto modo di dire, lei mi asseconda, ma è pur sempre innamorata di un uomo, e mette molti limiti alla mia libertà di sentirmi donna. Per vivere queste ultime uscite “al femminile”, ho dovuto ritagliarmi un po’ di tempo inventandomi delle scuse, sfruttando alcune uscite con amici. Uscire per essere Gabrielle dovendo mentire a mia moglie per farlo, non va più bene. Mi fa star male andare in giro in minigonna mentre lei pensa che io sia da tutt’altra parte. Non so come facciano quelli che hanno un’amante. Io non ci riesco, sono per natura una persona sincera ed onesta, e dover mentire mi crea sempre un senso di colpa difficilmente superabile.
Inoltre, sono proprio queste uscite con gli amici, che stanno mettendo in crisi mia moglie. Lei lavora molto, in questi mesi, la sera è sempre stanca. Non riusciamo più ad incontrarci. Mette queste mie uscite in relazione con una mia insoddisfazione sessuale nei suoi confronti, dovuta alla scarsità dei nostri rapporti.
Non è la verità, però io ho il dovere di non lasciare andare troppo il rapporto tra noi, che è sempre stato invidiabile. Meglio limitare Gabrielle, per adesso; rinuncerò ancora ad esprimere “me stessa” per stare di più con mia moglie. Non per sempre, sia chiaro. Oggi che Gabrielle ha trovato una consapevolezza mai (ma proprio mai) provata, non ho intenzione di gettarla via, ma soltanto di riporla momentaneamente in soffitta, per rispolverarla fra un po’.
Per il momento sarà meglio stare tranquillo e fare la mia vita “normale”, avere più tempo per la mia famiglia e per gli amici che mi chiedono di organizzare una cena per trovarci e fare due risate. Come ho detto prima, avere una doppia vita segreta, dopo un po’ logora, ed ho anche bisogno di un po’ di riposo, un po’ di sana routine quotidiana. Lo stress di nascondere ciò che stai per fare è sempre un po’ faticoso, alla lunga.
Un altro motivo riguarda me, e soltanto me.
La scorsa estate, mentre organizzavo le mie uscite, con una preparazione meticolosa e quasi maniacale per la cura di ogni particolare, provavo una viva eccitazione, un’emozione calda, nell’immaginare di muovermi tra la gente con un aspetto femminile, ed un ruolo al femminile. Era il mio “sabato del villaggio”, era la febbrile attesa di qualcosa che desideravo con forza.
Adesso quel momento è passato, e ne sono passati altri, Gabrielle è uscita spesso e ha vissuto i suoi episodi con sempre maggiore naturalezza e consapevolezza di essere una donna che vive la sua vita quotidiana. La spesa, lo shopping, le passeggiate prima timide poi sempre più disinvolte.
Quell’emozione dell’attesa sta svanendo, ed io ho bisogno invece che torni ad essere viva ed eccitante, e perché ciò avvenga deve di nuovo passare un po’ di tempo. Come tutti i desideri, una volta esaudito perde intensità.
Infine, per molti anni io mi sono considerato un essere inutile, e la mia figura era una persona dalla quale fuggire, per rifugiarsi in un mondo tutto mio. Da giovane mi vestivo da donna per una ricerca su di me, cercavo di capire che cos’ero. Oggi, da diversi anni, forse per l’esperienza che viene dall’età matura, non sono tanto scontento della mia persona. Da un po’ di tempo ho imparato ad apprezzare quelle gratificazioni che ti arrivano dalla famiglia, dal lavoro e soprattutto dagli amici.
Ecco, Gabrielle non nasce più, come una volta, da una ricerca cieca o da una voglia di fuga, ma semplicemente da un desiderio di conferma di questa raggiunta maturità. E’ paradossale, perché un personaggio come il mio, se lo si incontra in un supermercato, suggerisce un’idea, invece, di qualcuno irrisolto e alla ricerca di se stesso. La consapevolezza di queste ultime mie uscite mi ha dato una grossa soddisfazione, e mi sono reso conto che, dopo l’entusiasmo iniziale, adesso io ho voglia soprattutto di farmi ricrescere la barba e di essere me stesso.
E basta.
Grazie, Gabrielle.
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Antonietta Albano
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Re: Come una donna...

Messaggio da Antonietta Albano » 14 dicembre 2014, 10:15

Bene..

Credito per questa consapevolezza e per questa voglia di " vivere " e " rivivere" ogni attimo del quotidiano.


Un saluto affettuoso
Dr.ssa Antonietta Albano (Psicologa e Pedagogista. Psicoterapeuta e Sessuologa.
Ambiti di intervento: Psicologia Clinica-Sessuologia Clinica-Psicologia Giuridica

"Non si vede bene che col cuore... l'essenziale e' invisibile agli occhi"! ).

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Re: Come una donna...

Messaggio da Joshua » 31 maggio 2015, 16:12

Sta salendo dentro di me il desiderio di adottare di nuovo l'abbigliamento femminile.
Ho tanta voglia di sentire di nuovo il mio corpo leggero, accarezzato dal velo delle gonne e senza i peli che imprigionano la pelle, impedendogli di sentire la carezza dell'aria. Vorrei sentire nuovamente la libertà delle mie gambe sotto una gonna comoda e leggera, dei miei piedi in un paio di sandali aperti.
Mi succede sempre nei momenti di difficoltà, quando la vita complicata mi spinge a fuggire nel mio mondo femminile, dove tutto è sogno.
"Noi siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni; e la nostra breve vita è cinta di sonno".
L'aveva già detto Shakespeare...
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Re: Come una donna...

Messaggio da Joshua » 2 giugno 2015, 14:36

...e comunque non ce la faccio.
Non riesco a fare quello che vorrei, cazzeggio, perdo tempo, non faccio un c***o.
Vorrei dire di essere uno scrittore, ma non scrivo.
Mi piace scrivere, amo raccontare le mie emozioni e sentimenti, ma non scrivo.
Forse sono pigro, in ogni caso non scrivo.
Ho un sito dove scrivo le storie che mi piacciono, ma è fermo da mesi.
Mi faccio pena, vorrei fuggire e diventare Gabrielle per sempre, far sparire per sempre la mia figura... "ufficiale".
Che schifo.
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Re: Come una donna...

Messaggio da Joshua » 12 giugno 2015, 14:19

Mi piacerebbe tornare ad indossare qualcosa di femminile, ma non ho voglia di rinunciare al mio look abituale, che mi piace, quello con la barba, un bel pizzo.
Cosa potrebbe succedere se andassi in giro, come ho fatto l'anno scorso, con una gonna lunga e fresca, sandali da donna, unghie smaltate, magari un bel cappello estivo da donna e gli occhiali scuri, ma conservando la barba? Ormai ne vedo sempre di più, sul web, di personaggi del genere. maschili con tutta l'evidenza, ma con gonna, collant e tacco dieci. Ci vuole molto coraggio, è necessario assumersi la responsabilità del ruolo, del fatto di andare controcorrente, di sfidare i luoghi comuni che vogliono i travestiti dei non-uomini.
Non credo di avere ancora questo coraggio, lo scorso anno ho dovuto "femminilizzarmi" il più possibile, parrucca, trucco (minimo), ecc., per non dare così tanto nell'occhio. Certo mi si notava, ma sta ormai diventando "normale" incontrare uomini che vogliono sembrare donne (che si sentano donne o meno).
Invece l'ibrido, l'uomo con barba e tacchi dà ancora scandalo, è l'ultimo tabù, non si capisce perché un uomo dovrebbe indossare qualcosa di tipicamente femminile se non si sente donna.
Ecco, un uomo con la gonna non ha senso, secondo l'opinione pubblica. Uff...!
Che voglia!
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Re: Come una donna...

Messaggio da Joshua » 13 giugno 2015, 13:49

Stamattina andavo in giro, ho visto molte donne con queste gonne lunghe, fresche, portate anche solo con le scarpe da ginnastica. Ma porca miseria, perché io no? Devo per forza "diventare" donna per poter avere il privilegio di indossare in pubblico una gonna? Ero alla posta, è entrata una ragazza con gonnellina di jeans e ballerine. Io ADORO le mini di jeans, e adoro anche le ballerine! Perché, perché non posso anche io andare alla posta con la mia adorata mini di jeans, che devo tenere nascosta nel mio armadio!!!??? Soltanto perché sono un uomo?
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Re: Come una donna...

Messaggio da Joshua » 17 luglio 2015, 15:22

Un anno fa, di questi tempi, ero preso completamente dai preparativi "femminili", quella femminilità che per quest'anno ho deciso di accantonare, solo per il momento.
Guardo le donne intorno a me, in giro, per strada e sui bus.
Gonne leggere e vestiti leggerissimi, gambe perfettamente depilate e spesso abbronzate.
Io sento le mie gambe "sporche", con questo caldo sudo e mi sembra che i peli si sporchino, e mi fanno sudare ancora di più.
Adesso, volentieri, vorrei indossare uno di quei vestitini leggerissimi e svolazzanti, sentire le mie gambe e il mio corpo liscio, la pelle morbida e pulita, magari con un paio di sandali leggeri ai piedi; sentire un po' d'aria sulle gambe e alleggerire il peso di questa calura opprimente con il velo di una gonna ariosa e svolazzante.
Uff, che invidia per le donne che vedo in giro! Basta, con i pantaloni, basta, voglio mettere una gonna!
Non so se resisto fino a ottobre...
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Un anno.

Messaggio da Joshua » 29 luglio 2015, 19:44

Un anno...
Il 29 luglio dello scorso anno il mio sogno di andare in giro in abiti femminili diventava reale.
A quest'ora ero nel supermercato, facevo la spesa in versione femminile.
Un anno, e io ho una gran voglia di rifarlo, ma via, troppi problemi, allora ero solo perché la famiglia era al mare, ora sarebbe troppo difficile organizzarmi qualche ora di libertà.
Vedo in giro molte donne vestite come mi piacerebbe, con gonne e vestitini leggeri, uff...!
Mi manca, ma arriveranno tempi più favorevoli.
Pazienza...
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