Il mio percorso.. ad ostacoli

Problemi di comunicazione tra due generazioni

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anneglider
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Il mio percorso.. ad ostacoli

Messaggio da anneglider » 8 dicembre 2007, 17:23

Scrivo qui la mia storia.
Esco proprio adesso da un periodo contorto e doloroso, e finalmente riesco a guardarmi intorno con positività, anche se mi sento molto confusa.
Diciamo che la storia della mia famiglia ho iniziato a conoscerla da qualche anno, ma sono combattuta fra le varie versioni.
Ho due sorelle più grandi di me di 12 e 15 anni, le quali ricordano tutto, mentre io ovviamente ero piccola, e non ero a conoscenza di ogni cosa, anche se ero molto percettiva.
Più o meno dalla mia nascita (i miei genitori avevano entrambi 38anni) mia madre, la quale ha subito un grave trauma da bambina (un abuso in famiglia, nelle quali il fratello agiva e il padre assisteva), ha iniziato a dimostrare delle turbe psicologiche. Da quel che afferma mio padre, lo ha tradito proprio in quel periodo. La persona con la quale commetteva adulterio, un collega di lavoro, le forniva psicofarmaci, e dopo qualche mese mio padre venne a conoscenza del tradimento... Da lì mia madre confessò e gli svelò per la prima volta della sua terribile vita passata.
Comunque, la mia famiglia si trasferì in un'altra città, mio padre la "perdonò", e mia madre iniziò ad andare da molti psicologi, i quali le diagnosticarono di essere affetta da "bordeline". Le terapie non durarono però a lungo, e mia madre continuò per moltissimi anni (fino a 5 anni fa), ad assumere psicofarmaci. Nonostante ciò, lei continuò a lavorare, mentre mio padre, credo verso i 42 anni, perse ogni interesse verso le proprie responsabilità.
Il proprio lavoro di rappresentante gli permetteva da sempre di fare una vita sregolata, giocava d'azzardo, lavorava solo qualche giorno all'anno (anche se, pure così, guadagnava fior di quattrini, mai visti da noi figlie e mia madre, pure se in parte destinati al pagamento del mutuo) e non era quasi mai in casa. Mia madre iniziò ad andare nei club per giocare a carte che frequentava mio padre, dove qualche volta portavano anche me, ma i loro rapporti erano rovinati.
Mio padre tradiva ripetutamente mia madre, mia madre mostrava sempre più segni di squilibrio. Urlava in maniera isterica per ogni cosa, anche le mie richieste normali di bambina. I silenzi con mio padre invece erano profondi e prolungati per mesi interi... Silenzi che, ovviamente, dopo qualche mese, s'interrompevano bruscamente con urla, schiaffi, i nostri tentativi di difendere mia madre dalle botte di mio padre.
Una volta, quando avevo 8 anni, mia madre mi portò via e andammo insieme a vivere con mia nonna. Ma poi loro tornarono di nuovo insieme, come mi disse una volta mia madre, "per il mio bene" (potevi risparmiartelo, mamma).
Seguirono così per anni degli episodi terrificanti, dove mia madre, ormai esausta, aveva crolli nervosi, collassi, piombava a terra come senza vita davanti ai miei occhi. Mio padre invece era sempre molto premuroso nei miei confronti.
Dalla mia prospettiva, le urla e l'atteggiamento ermetico di mia madre le assegnarono automaticamente il ruolo di matrigna cattiva (che però amavo terribilmente), e mio padre, invece, pronto a comprarmi dandomi ciò che volevo, il ruolo del "bianco". Quindi giustificavo, fino ai 10 anni, l'atteggiamento violento di mio padre. Poi, una volta, a 11 anni lui mi picchiò per avergli rovinato un portachiavi. Lo fece solo un'altra volta, ma da allora cambiai finalmente prospettiva.
Mi ammalai di diabete giovanile a 12 anni, e da allora mi somministro 4 volte al giorno l'insulina con delle punture.
A 13 anni mia madre mi portò via. Ormai la vita con mio padre era inutile, non c'era alcun modo di sistemare la cosa. Lui, come un giorno mi spiegò, non sapeva come prendere mia madre: se si avvicinava troppo, lei gli diceva che la soffocava; se invece lui s'allontanava, lei si comportava come la moglie trascurata.
Quando andammo via di casa con mia madre, immediatamente dopo qualche mese seguite dalle mie sorelle (vivevamo in un monovamo, in 3 su un divano letto), a mio padre rimase la casa. Senza il sostentamento datogli dallo stipendio di mia madre, quasi licenziato dalla sua ditta per la poca attitudine dimostrata sul lavoro, mio padre diede le dimissioni e ovviamente dopo 3 mesi finii la liquidazione che gli era stata data (25.000 euro). Dopo di ciò, dato che mio padre non aveva più alcun mezzo per sopravvivere, vendemmo la casa che mio padre aveva comprato e dividemmo i soldi ricavati... Lui ovviamente afferma che non ci perdonerà mai il fatto di averlo messo "spalle a muro", di averlo costretto a vendere ciò che aveva costruito in una vita.
Coi soldi che ottenemmo, mia madre acquistò una casa. Lui invece andò a vivere in affitto da solo in una casa di 5 vani, si comprò un'attività inutile e si fidanzò con una donna.
La situazione fra me e mia madre, invece, era sempre più complicata. Iniziò ad avere un atteggiamento complesso nei miei confronti. In certi momenti sembrava volermi compatire e dare affetto. In altri, invece, era esigente, intransigente, gelosa, mi poneva delle domande imbarazzanti come "Chi ha ragione fra me e tuo padre", voleva che non la contraddissi anche nelle cose più stupide per alcun motivo, etc...
Ci stavo tremendamente male, iniziai a scrivere in maniera compulsiva, per qualche mese interruppi i rapporti con le mie amiche, ma nessuno a casa si rendeva conto di ciò che passavo, anzi... Le mie sorelle esigevano un comportamento adulto da parte mia, e così mia madre, quando io avevo solo voglia di tornare bambina per non pensare più a nulla. Oltre che a scrivere, iniziai a chattare e concentrai le mie amicizie in rete.
Dopo qualche mese uscii da questo periodo di malessere (sia mentale che fisico, dato che le mie glicemie erano suscettibili al mio stato emotivo), mi fidanzai con un ragazzo che mi aiutò molto.
A 16 anni le mie sorelle andarono a convivere in un'altra casa e io restai da sola con mia madre. Lei ricominciò a controllare in maniera ossessiva ogni mio comportamento, ciò che dicevo, ciò che facevo e soprattutto che non facevo. Voleva che fossi assolutamente indipendente alla mia età, desiderava non avere più alcuna responsabilità nei miei confronti, non voleva accompagnarmi da nessuna amica... Per riassumere, come lei mi ripetè milioni di volte "Non voleva che la condizionassi". Ma appena io mi allontanavo da lei, la contraddivo, o semplicemente ignoravo i suoi desideri (come in quel momento sentivo lei stesse facendo con me... insomma, avevo 16 anni!), lei diventava una belva.
Questo è stato fino ai 18 anni. Ovviamente la nostra situazione economica non è delle migliori, insomma, un mutuo e tutte le bollette sulle spalle di una persona di mezza età è un po' pesante... Lei iniziò a lavorare sia la mattina che la sera (fino a notte tarda), portandosi da sola ad un esaurimento totale che ovviamente sfogava solo su di me, dato che le mie sorelle vivevano da sole e quando la venivano a trovare lei andava in brodo di giuggiole.
Iniziò ad assumere un attegiamento ostile, a dirmi che io ero inutile, una stronza, una disgraziata, che non mi curavo di lei, che la trattavo male... Quando ciò non era. Semplicemente, tentavo di reagire alle sue continue urla irrazionali in maniera controllata, spiegandole cosa mi dava fastidio dei suoi atteggiamenti e tentando di portarla alla ragione, ma ciò sembrava peggiorare le cose. Quando le dicevo che stavo male, lei mi sbatteva il controlla-glicemie in faccia. Quando le esternavo le mie preoccupazioni, lei mi diceva che in confronto alle sue, erano nulla.
Comunque, mi iscrivetti all'università che lei riteneva giusta per me, nel tentativo di compiacerla. Iniziai a lavorare anch'io, ma smisi un mese dopo, e dopo 5 mesi, esausta per lo studio (preparavo cinque materie in una volta), mollai anche l'università.
Una sera, ormai stanca di tutto, mi somministrai una doppia dose di insulina, credendo di non aver già fatto la puntura precedentemente. Come quasi ogni giorno ero sola a casa e mia madre al lavoro (lavorava in un club per signore). La chiamai, disperata, dicendole che avevo commesso uno sbaglio e che avevo bisogno che mi portasse in ospedale. Lei, a pochi minuti da casa mia, mi rispose che non poteva, di prendermi delle bustine di zucchero, che mi avrebbe richiamata fra un'oretta.
Questo mi ha totalmente sconvolto, e così mi son fatta venire a prendere da mio cognato, che mi ha condotto in ospedale. Mia madre iniziò a chiamarmi all'impazzata al cellulare, ma io non le rispondevo, troppo delusa e decisa a farle un dispetto. Quando le risposi, dall'altra parte della cornetta mia madre mi accusò di essere cattiva, che lei era andata immediatamente a casa (impossibile, dato che ero stata lì per 20 minuti in attesa di mio cognato). Le dissi in quale ospedale ero, e passai la notte lì, con lei totalmente imbufalita. L'episodio fu seguito da molti altri simili tra loro (per un periodo andai perfino a vivere dalle mie sorelle, dopo che lei mi aveva detto che facevo vomitare e che mi odiava per l'ennesima volta senza alcuna motivazione rilevante). Poi a gennaio mi sedetti al tavolo con lei e le parlai, spiegandole tutto ciò che provavo, e ripercorrendo la nostra vicenda seguendo un filo logico basato sui fatti incontestabili.
Abbiamo "chiarito" e da allora le cose vanno un po' meglio. Lei continua a non darmi dei meriti per ciò che ho fatto e ciò che faccio, ma non so come migliorare questa situazione se non continuando la mia via (ho lavorato in estate, e adesso sono alla ricerca di un lavoro part time.. mi sono iscritta all'università, dove sarei sempre voluta andare).
Mio padre invece nel frattempo andò a convivere, ad un anno dalla separazione, con la sua nuova compagna, una grande... Premetto: mai stata gelosa di lei. Mio padre le dava 1000 euro al mese, per le spese di casa diceva, ma loro abitavano in un buco e lei comprava solo scatolati, per di più non avevano neppure il metano in casa... La sua attività andava malissimo, quindi noi gli sconsigliammo di continuare a darle tutti questi soldi, ma lui invece non desistette. Ovviamente a me non diede mai una lira (figurarsi!), come sempre, d'altronde. Ciò che abbiamo dedotto è che prendesse i soldi da ciò che gli rimaneva dell'importo della vendita della casa.... Importo (ENORME, e con il quale mia madre aveva comprato la casa) che dopo due anni si esaurì.
La compagna di mio padre lo lasciò appena i soldi finirono, lui vendette la sua attività e andò a vivere da marzo ad ottobre di quest'anno a casa delle mie sorelle (che abbandonarono quella dimora a luglio, trasferendosi qui con me e mia madre). Mio padre, disperato, senza alcun obiettivo, naturalmente cadde in depressione. Beveva, ma andava ugualmente a giocare a carte, usando i soldi della vendita dell'attività. Non voleva fare alcun lavoro umile, e noi non potevamo (e volevamo) dargli sostentamento, dato che non voleva rinunciare alla propria vita sregolata.
A marzo fortunatamente trovò lavoro, e da allora non ha mai smesso, seppure sia legato all'azienda con contratti di precariato, e noi siamo sempre terrorizzate che si possa tornare alla situazione di febbraio... Che lui possa ancora bere, prendere psicofarmaci, chiamarci la notte dicendoci che ha i brividi in testa, che vuole morire, che vuole uccidere qualcuno.
Lui è una persona sola, nessun amico e nessun parente che lo ami.
E io mi sento in colpa nei suoi confronti. Ogni tanto, nonostante viva da solo, abbia uno stipendio alto e non abbia alcuna spesa da affrontare (non paga bollette, assicurazione....... niente, insomma), chiede dei soldi a me e alle mie sorelle, perchè deve andare a giocare a carte.
Perchè provo questo grande senso di colpa?
Vorrei solo che lui andasse via, si rendesse conto dei propri sbagli e invece ci minaccia e afferma che noi siamo le sue carnefici.

Cosa ne pensate? Ho bisogno di un parere esterno a questa situazione. A casa mia, mia madre e le mie sorelle lo detestano, e a volte io vorrei appoggiarle, altre invece vorrei contraddirle e dirgli di avere pietà di lui.

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